C30, C60, C90
Fedele alla mia tradizione di essere sempre quel mezzo centimetro fuori dalla norma, non abbastanza da essere pionieristica ma abbastanza da perdermi l’abbrivio dei grandi fenomeni di massa, a me piacevano gli a-ha. I Duran Duran li avevo mancati: quando arrivo sulla scena del crimine, sono già quasi al primo dei loro innumerevoli capolinea. Il fenomeno è esploso e si è sgonfiato. Esce A View to a Kill, un pezzone anche adesso, a distanza di anni, nel suo ricalcare la solita formula del tema bondiano, e poi quel video sulla Tour Eiffel, in cui non si capisce cosa ci stiano a fare, ma è divertente. Gli a-ha sono la vera meraviglia pop del momento: ‘sti norvegesoni belli da morire, con quei maglioni da norvegesi, i video animati così romantici. E anche musicalmente hanno una certa ambizione, arrangiamenti di archi, un album d’esordio che compro e ascolto, ascolto, ascolto, terrorizzata dalla fragilità della cassetta, che in ogni momento può impigliarsi nelle testine, e quindi ogni ascolto potrebbe essere l’ultimo.
La cassetta è il supporto eighties per eccellenza, la compagna inseparabile del ghettoblaster. Il disco in vinile costa troppo, è appannaggio dei ricchi; la cassetta, piccola, umile, precaria, pronta a smagnetizzarsi, a deformarsi in un vano portaoggetti, a frantumarsi cadendo, a sbudellarsi lasciandosi dietro un groviglio di interiora nere.
Sulle cassettine vergini – accuratamente riavvolte di due o tre giri con l’ausilio di una matita o una Bic, per evitare di iniziare la registrazione sulla parte non magnetizzata – componevamo le compilation da regalare agli amici, da suonare alle feste di compleanno o di Capodanno, oppure registravamo canzoni dalla radio, quando non potevamo comprare gli originali.
Originale era l’album dei Denovo, Così fan tutti, unica mia concessione di quegli anni ottanta alla musica italiana: non ascoltavo Vasco, Ligabue non mi è mai piaciuto e comunque la sua esplosione è posteriore, e non conoscevo l’underground anche se ci vivevo proprio accanto. Però i Denovo mi piacevano moltissimo, o almeno, mi piaceva quell’album: così strano, così fuori dai soliti schemi sanremesi. Così vivo e straniero e pieno di immaginazione.
Originale era anche la cassetta di The People Who Grinned Themselves to Death, degli Housemartins. Ché se si parla di amori, e amori folli, forse questo disco è uno dei primi che ho acquistato non per il valore iconico del gruppo, ma per quello effettivo delle canzoni. Che so ancora tutte a memoria, a distanza di vent’anni dall’uscita.
Il pop politicizzato e feroce degli Housemartins (“Don’t gatecrash a party full of bankers. Burn the house down! Take Jesus, take Marx, take hope” si legge sulla busta che contiene London 0 Hull 4, il loro primo album; comprato durante una gita scolastica a Siena, insieme a Raising Hell dei Run DMC) è un efficace sostituto degli Smiths. Che forse, se li avessi ascoltati a un’età impressionabile, avrebbero peggiorato la situazione. Saltellare di qua e di là senza capire del tutto il senso di Me and the Farmer o Happy Hour (“It’s another night out with the boss/following in footsteps overgrown with moss/and he tells me that women grow on trees/and if you catch them right they will land upon their knees”) è una salvezza, è un divertimento, è uno dei pochi tesori che mi porto via da quegli anni terribili, in cui mi sembra di non imparare nulla, di non andare da nessuna parte.
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