Adotta un Ronfo

Aiutiamo questi simpatici roditori ad uscire dal letargo! Dormicchiano pigramente nei ricordi di chi è stato bambino negli anni ’80…
Coraggio, setacciamo le edicole e facciamo incetta di tutte le riviste di enigmistica dove sono pubblicati, e poi scriviamo in massa alla Mursia (dircom@mursia.com) perché ristampi finalmente “Il bosco dei Ronfi”, cioè il libro che fu loro dedicato!
RONF!
Nell’immagine un Ronfo sorridente disegnato dal papà di tutti loro, Adriano Carnevali

(via Il faro di Kupe)

March 13, 2008 at 9:58 am 1 comment

Older, wiser (LOL)

Febbraio 1985: i Duran Duran arrivano a Sanremo:

[…salto temporale di 23 anni…]

Febbraio 2008: i Duran Duran arrivano a Sanremo:

February 26, 2008 at 7:33 pm 3 comments

You play the guitar on the MTV (part II)

Cartoon boyfriend
L’idea di amore della mia generazione ha subito danni permanenti dalla visione di Candy Candy. Lo dico con grande serenità: se non riusciamo a rimanere in un rapporto per più dei canonici sei mesi ormonali, è colpa di Candy e delle rose e delle stelline che esplodono nell’aria quando bacia Terence per la prima volta. Il mio primo bacio è una faccenda bavosa e spiacevole, dato sui divanetti di un Capodanno last minute in un capannone industriale del sangiovannese. Niente stelline, rose o altre manifestazioni di sublime estasi dei sensi, ma del resto Tiziano non era il mio Vero Amore, non era nemmeno un amore, era solo uno un po’ sbronzo che passava di là. Potevo continuare a conservare intatta l’idea (per quanto sepolta) che il Vero Amore si sarebbe palesato sotto forma di allucinazioni visive floreali.
Sarebbero passati anni, non sarebbe mai successo.
L’idea nipponica di romanticismo, tuttavia, rimane con noi. Il fidanzato dei nostri sogni è carino, efebico, ha la frangetta, si strugge per noi e noi per lui. Lo struggimento – preferibilmente sotto la neve, se no che struggimento è – fa parte del sentimento: non riusciamo ad immaginare un amore che non implichi una qualche forma di mancanza, di attesa, di sofferenza. E in un certo senso, abbiamo anche ragione: però poi finisce che guardando Heroes troviamo attraente Peter Petrelli, e quello non può essere un bene. Da lì ad ascoltare i Fall Out Boy c’è veramente lo spazio di una giornata storta.
L’intensità con cui desidero un amore così è talmente forte da rendermi impossibile interagire normalmente con l’altro sesso. Il modello aspirazionale giapponese non combacia con la crudezza dei rapporti fra adolescenti nell’Italia degli anni ’80, e probabilmente nemmeno con la realtà in generale. È una tenera fantasia delle mangaka, che diventa la mia, la nostra tenera fantasia.

(more…)

December 17, 2007 at 4:25 pm 12 comments

You play the guitar on the MTV

Siamo nati quando la televisione era ancora un rito collettivo, e man mano che crescevamo – e cresceva il numero di apparecchi televisivi per famiglia – l’abbiamo trasformata in un divertimento solitario. Quando sono venuta al mondo, c’erano solo Rai Uno e Rai Due. Rai Due neanche si chiamava Rai Due, ma Secondo Programma, e infatti si diceva “Metti sul secondo”, ci si alzava dal divano e si andava a premere il bottone.
La nostra adolescenza è l’adolescenza della televisione italiana, che scopre il sesso, la risata, la ribellione con le prime reti private nazionali, quelle di Fininvest-poi-Mediaset: Canale 5, Italia 1, Rete 4. Negli anni ’80, le televisioni locali ripetono Much Music e poi, molto più tardi, MTV Europe. È guardando queste emittenti, senza sottotitoli, andando a naso e a contesto, che imparo l’inglese a un livello superiore a quello richiesto dal biennio del Ginnasio, l’inglese con cui supero l’esame di ammissione a Scuola Interpreti.
Ma vabbè, questa è una storia di scarsa didattica compensata dalla passione e non c’entra. La televisione, dicevo.
Siamo cresciuti con troppa televisione a tutte le ore. I nostri potenziali compagni di vita si sono formati un’idea di femminilità basata sulle Cin Cin, le Fast Food, le Coccodè (che saranno state anche una satira, ma sempre femmine svestite erano), le Cacao Meravigliao (idem, con l’aggravante di essere delle brasiliane di conturbante imperfezione) e le Veline. I risultati di questo bombardamento di tette e culi si vedono adesso, in donne che si fingono sciocchine e bamboleggiano, manipolano furbesche, sbattono le ciglia, mostrano le cosce e si considerano esentate dalla necessità di realizzare il proprio potenziale umano.
Questo l’ho già detto, no?
Il fatto è che la televisione, come e più della musica, è parte del tessuto quotidiano della mia generazione. La prima a non farne uso, ma a subirla, passivamente: in mancanza di on demand, canali satellitari, internet, YouTube e 2.0, il massimo quello che possiamo fare in termini di partecipazione è stare seduti o sdraiati davanti all’apparecchio, e cercare di indovinare le risposte dei quiz condotti da Mike Bongiorno o dalla Carrà. Anche quelli in cui la fortuna è più importante della cultura generale o specialistica, tipo quello dei fagioli nel barattolo. Come si fa a sapere quanti fagioli ci sono nel barattolo? Ma a pensarci bene, senza Internet, come facevamo a sapere come si chiamava la nonna di Mary Patty? Adesso basterebbe Google. Allora, neanche l’elenco del telefono di Oristano ci sarebbe stato granché utile.

(more…)

December 10, 2007 at 6:16 pm 5 comments

Music non stop (part II)

C30, C60, C90
Fedele alla mia tradizione di essere sempre quel mezzo centimetro fuori dalla norma, non abbastanza da essere pionieristica ma abbastanza da perdermi l’abbrivio dei grandi fenomeni di massa, a me piacevano gli a-ha. I Duran Duran li avevo mancati: quando arrivo sulla scena del crimine, sono già quasi al primo dei loro innumerevoli capolinea. Il fenomeno è esploso e si è sgonfiato. Esce A View to a Kill, un pezzone anche adesso, a distanza di anni, nel suo ricalcare la solita formula del tema bondiano, e poi quel video sulla Tour Eiffel, in cui non si capisce cosa ci stiano a fare, ma è divertente. Gli a-ha sono la vera meraviglia pop del momento: ‘sti norvegesoni belli da morire, con quei maglioni da norvegesi, i video animati così romantici. E anche musicalmente hanno una certa ambizione, arrangiamenti di archi, un album d’esordio che compro e ascolto, ascolto, ascolto, terrorizzata dalla fragilità della cassetta, che in ogni momento può impigliarsi nelle testine, e quindi ogni ascolto potrebbe essere l’ultimo.

La cassetta è il supporto eighties per eccellenza, la compagna inseparabile del ghettoblaster. Il disco in vinile costa troppo, è appannaggio dei ricchi; la cassetta, piccola, umile, precaria, pronta a smagnetizzarsi, a deformarsi in un vano portaoggetti, a frantumarsi cadendo, a sbudellarsi lasciandosi dietro un groviglio di interiora nere.
Sulle cassettine vergini – accuratamente riavvolte di due o tre giri con l’ausilio di una matita o una Bic, per evitare di iniziare la registrazione sulla parte non magnetizzata – componevamo le compilation da regalare agli amici, da suonare alle feste di compleanno o di Capodanno, oppure registravamo canzoni dalla radio, quando non potevamo comprare gli originali.
Originale era l’album dei Denovo, Così fan tutti, unica mia concessione di quegli anni ottanta alla musica italiana: non ascoltavo Vasco, Ligabue non mi è mai piaciuto e comunque la sua esplosione è posteriore, e non conoscevo l’underground anche se ci vivevo proprio accanto. Però i Denovo mi piacevano moltissimo, o almeno, mi piaceva quell’album: così strano, così fuori dai soliti schemi sanremesi. Così vivo e straniero e pieno di immaginazione.
Originale era anche la cassetta di The People Who Grinned Themselves to Death, degli Housemartins. Ché se si parla di amori, e amori folli, forse questo disco è uno dei primi che ho acquistato non per il valore iconico del gruppo, ma per quello effettivo delle canzoni. Che so ancora tutte a memoria, a distanza di vent’anni dall’uscita.
Il pop politicizzato e feroce degli Housemartins (“Don’t gatecrash a party full of bankers. Burn the house down! Take Jesus, take Marx, take hope” si legge sulla busta che contiene London 0 Hull 4, il loro primo album; comprato durante una gita scolastica a Siena, insieme a Raising Hell dei Run DMC) è un efficace sostituto degli Smiths. Che forse, se li avessi ascoltati a un’età impressionabile, avrebbero peggiorato la situazione. Saltellare di qua e di là senza capire del tutto il senso di Me and the Farmer o Happy Hour (“It’s another night out with the boss/following in footsteps overgrown with moss/and he tells me that women grow on trees/and if you catch them right they will land upon their knees”) è una salvezza, è un divertimento, è uno dei pochi tesori che mi porto via da quegli anni terribili, in cui mi sembra di non imparare nulla, di non andare da nessuna parte.

(more…)

November 27, 2007 at 5:56 pm 6 comments

Music non stop

Se dico “musica degli anni ’80”, voi cosa pensate? Duran Duran, dai, ditelo. Ché c’è sempre quello che storce il naso e ti dice che lui ascoltava gli Smiths. O gli XTC. O i Blondie. O Bowie. Vabbè. Come a dire, voi proletari retrogradi con i vostri Vamos a la playa e le vostre Kalimba de luna.
Gli anni ’80 sono i Duran Duran e i Duran Duran sono gli anni ’80. Fra il gruppo e il periodo c’è una perfetta sovrapposizione estetica e sonora, e forse anche ideologica. Simon Le Bon a cavalcioni della prua di una barca in Rio, con i capelli fonati e schiariti, la giacca aperta, i piedi scalzi, è tutti gli anni ’80 che ci servono. Come lo è il suono: artificiale, sintetico, barocco a tratti. Nonostante la produzione di Nile Rodgers, che affonda sui bassi, i Duran Duran suonano inodori e insapori come la plastica. Eppure le canzoni non sono male: sono invecchiate, ma conservano una loro dignità come classici del pop.
O forse sono io che li sento così, per imprinting; mentre ai più giovani e meglio formati fanno decisamente schifo. Non serve scomodare Proust per descrivere la sensazione di liquida malinconia che mi invade quando Save a Prayer viene suonata senza preavviso alla radio. Save a Prayer è tutte le mie cotte, le mie sofferenze e le mie speranze in una canzone sola, tutta un’adolescenza di brividi a perdere mentre il resto del mondo, quantomeno, provava a viverseli.

Appartengo alla generazione che si è formata un’immagine dell’amore basata su Candy Candy e l’ultima scena di Il tempo delle mele, quella in cui Vic smette di ballare con Mathieu, si avvinghia a un altro ragazzo e improvvisamente ha quell’espressione: quella lì, che tutte noi abbiamo avuto o sogniamo di avere quando mettiamo le braccia intorno al collo di uno che ci piace. Quell’espressione fra il delirio e l’estasi, occhi al cielo e labbra semiaperte. Il volto del deliquio d’amore. Che non si può proprio avere, senza almeno un paio di cuffie e Richard Sanderson che ci sussurra Reality nelle orecchie.

(more…)

November 12, 2007 at 9:42 am 11 comments

On either side of the political fence (part II)

Sisters are doin’ it for themselves

Nel discorso “politica” va fatto rientrare anche il discorso “femminismo”, che mi riguarda da vicino. Ho sedici anni, quando decido che la Festa della Donna a base di mimose e auguri ipocriti è una cialtronata.
“Mamma, perché mi devono festeggiare una volta l’anno? Non mi sto estinguendo, non sono un panda.”
Mia madre è d’accordo con me. Guadagna più di mio padre, è più qualificata, eppure il capofamiglia risulta essere lui. C’è un principio di ineguaglianza che dà per scontata la preminenza del padre e marito sulla madre e moglie. Portiamo il cognome paterno, mica quello materno. Mia madre non ne fa una gran questione di principio – dopotutto, lei usa il cognome da nubile – ma conferma i miei dubbi: perché?
Sarà che sono brutta, e come molte brutte non ho mai goduto dei benefici dello sguardo maschile. Ho imparato a fare da sola, non vado a caccia di approvazione dai ragazzi: sono convinta che non me la daranno, e quindi è inutile chiederla. Troppo fragile per dare battaglia, mi isolo e imparo a vivere nelle mie fantasie di fuga. Fino ai vent’anni, non mi si vedrà mai in giro senza walkman nelle orecchie. Cammino e penso ad altro. Mi figuro altrove. La musica aiuta.
Ci vorrà più di un decennio, prima che io riesca a mettere il nome “femminismo” sul mio desiderio di essere considerata pari ad un uomo. Negli anni ’80, il femminismo italiano si è chetato. Le battaglie più sanguinose sono vinte, l’aborto e il divorzio sono realtà. Le ragazze con gli zoccoloni e le gonne a fiori hanno deposto le armi e si sono calate, per la maggioranza, in una rassicurante maternità borghese. C’è ancora molto da fare, ma per lo meno ora i consultori funzionano, si può prendere la pillola e interrompere una gravidanza indesiderata in modo sicuro, e un matrimonio che non funziona non è più una condanna a vita. Né è più possibile per i mariti insoddisfatti telare a man salva, abbandonando moglie e prole al proprio destino: perché anche questo succede, nella famiglia monolitica cristiana e cattolica di cui va cianciando il nostro professore di religione.

Il funerale del femminismo italiano si celebra in televisione. Mentre in America Madonna e Cyndi Lauper festeggiano la liberazione della donna dallo stereotipo di moglie e madre, cantando il sesso, la masturbazione, il divertimento e l’indipendenza, in Italia va in onda Viva le donne, condotto da Andrea Giordana e Amanda Lear, in cui graziose sgallettate si affrontano in prove pratiche; Drive In, sappiamo; la valletta si consolida come figura accessoria al conduttore. In quegli anni, le donne italiane imparano che un bel sorriso e una soffice snellezza sono le doti che più la renderanno gradita a un potenziale marito. L’intelligenza, la cultura e il talento non sono requisiti fondamentali. Per le brutte, c’è sempre l’opzione “facce ride”, con Anna Mazzamauro a guidare la carica.
Eppure siamo sempre più acculturate, andiamo all’università, ci prepariamo (invano, scopriremo poi) ad essere classe dirigente. Siamo la metà trascurabile della società, non possiamo dare il nostro cognome ai figli se ne sposiamo il padre, guadagniamo meno dei nostri colleghi maschi, se ci assentiamo per fare figli veniamo demansionate al rientro. Eppure, paradossalmente, le cose per noi sono ancora più semplici di quanto lo saranno vent’anni dopo. Abbiamo ancora contratti di assunzione, maternità, ferie pagate. Possiamo ancora sognare un futuro, provare a costruirlo. Possono, in realtà. Loro, le nostre sorelle maggiori; ché noi, quelle che negli anni ’80 hanno dodici, tredici, quattordici anni, ancora non sappiamo quanto ci verrà tolto in nome del libero mercato.

(more…)

November 5, 2007 at 9:00 am 7 comments

Older Posts


Recent Posts

Blog Stats

  • 15,216 hits

Categories