Acceptable in the Eighties

September 27, 2007 at 3:06 pm 16 comments

Prologo

La polvere si alza sulla strada non ancora asfaltata che parte dal bivio davanti alle Case Rosse. “Case Rosse” è un eufemismo per “case popolari”, e anche questo piccolo complesso ospita la sua quota di bulletti di quartiere. Io sto tornando a casa. Forse sono andata a prendere un gelato. Forse stavo solo girando per il paese, tanto per non restare chiusa dentro. Più probabile la prima: non mi piace molto uscire. Per l’ennesima volta nella mia vita, devo esplorare un mondo completamente nuovo, e pazienza se si tratta di una frazione di paese che conta sì e no tremila anime.
Ho undici anni e mezzo. Peso quaranta chili per un metro e settanta. Adesso mi metterebbero in passerella. In quel momento, sono solo uno spaventapasseri sulla bici.
Quando arrivo vicino alle Case Rosse, mi alzo dalla sella e premo sui pedali.
Non c’è un motivo preciso per cui lo faccio. I miei coetanei che giocano nel cortile mi terrorizzano e mi attirano allo stesso modo. Sono il nuovo territorio che devo conquistare, o almeno, io penso che lo siano. Non sembrano esserci altre forme di vita preadolescenti nel raggio di svariati chilometri, e i figli dei nuovi vicini sono tutti troppo piccoli.
Insomma, quando passo davanti al cortile in cui giocano i miei potenziali nuovi amici, mi alzo sui pedali della mia bici da uomo come un Gimondi in salita. Lo faccio ogni giorno, ogni volta che passo di là.
Non ci vogliono molti giorni prima che se ne accorgano, e comincino a prendermi in giro. Prima sottovoce, poi in faccia, urlandomi frasi in dialetto dalla loro parte del muro. Tiro dritto, bruciando. Volevo solo giocare con loro. Ma non so come si faccia a chiedere.

Tanto per capirci, gli anni ’80 per me iniziano nel 1984, anno in cui i miei genitori finalmente riescono a comprare una casa e vi si trasferiscono, portandosi dietro me e mia sorella. Una villetta a schiera in fondo ad una strada dove non c’era quasi nessuno, in un luogo così isolato che l’asfalto è stato l’ultima cosa ad arrivare.
Prima di allora, la mia vita è avvolta dalll’effetto flou degli anni ’70, dell’infanzia dai miei nonni prima e a Pordenone poi. Amici, luoghi, scuole, classi, maestre, estati e inverni si succedono senza soluzione di continuità.

Nel 1984 cambia tutto.

Finché ero bambina, i traslochi mi sembravano una realtà inevitabile. Andavo dove c’era qualcuno che si prendeva cura di me: i miei genitori, i miei nonni, di nuovo i miei genitori ma solo per mezza giornata, e per l’altra mezza gli altri nonni. Gli amici, dopo la prima volta, avevo imparato a perderli. I gemelli. Andreina, Manuela, Daniele, Moreno. Poi Laura. Barbara. Ogni cambio di scuola, una serie di abbandoni. Non mi affezionavo più a nessuno. Prima o poi avrei perso tutti. Mi allenavo alla solitudine.
Il trasloco del 1984, però, è diverso. Ho quasi dodici anni e l’infanzia sta finendo: la famiglia non è più il mio universo. Ho già perso i miei compagni della quinta: Simone, con cui giocavo a sassolino la mattina presto, uscendo di casa per andare a scuola una mezz’oretta prima solo per poterci incontrare sulla striscia di asfalto nel cortile della scuola, muniti di gessetto e “sasso magico”, e Arica, che voleva fare l’attrice e sedeva dietro di me in classe. I miei genitori hanno deciso di mandarmi in una scuola media diversa da loro: non ci rivedremo mai più. Anche in una città piccola come Pordenone, la vita di un ragazzino è legata in maniera così stretta ai ritmi e alle abitudini della famiglia che per me è normale dimenticarmi tutti nel momento in cui li perdo di vista. O forse, appunto, sono già allenata.

Nel frattempo, però, gli anni ’80 sono iniziati. Mi toccherà viverli, che mi piaccia o meno: e invece di rimanere nascosta in casa ad aspettare che passino, mi avventuro fuori con tutta la disperata fame d’amore e di appartenenza che mi è cresciuta dentro in un’infanzia di abbandoni e separazioni.

Scrivere un pamphlet contro un intero decennio è roba per politologi, sociologi, roba che finisce in –ologi, mentre io sono una laureata in Traduzione che ha avuto la sfiga di nascere nel 1972. E che guarda al revival della sua adolescenza ad opera di adolescenti come i vecchietti che hanno visto la guerra guardano al revival degli anni ’40: con un ghigno di derisione. Voi non c’eravate, ragazzini. Non potete sapere cosa significa davvero crescere nel decennio più vuoto, insensato e disperato del dopoguerra, o meglio: lo sapete benissimo perché anche quello che state vivendo è il decennio più vuoto, insensato e disperato del dopoguerra, ancora più degli anni ’80 ed esattamente per gli stessi motivi. Forse per questo ne celebrate le frivolezze. Noi avevamo la Guerra Fredda, voi il terrorismo islamico. Noi avevamo il reaganismo e il thatcherismo, voi il berlusconismo e la Cina che è sempre più vicina. Noi avevamo la Russia, voi avete… toh, arieccoti la Russia.
Siete i nostri figli. Questo è il mondo che vi abbiamo dato, fallendo nell’impresa di cambiarlo durante gli anni ’90.

Ma non è tutto qui. Nessuno se la prende con un intero decennio, se in quel decennio ha seminato almeno un paio di bei ricordi, qualche periodo che gli ritorna in mente circonfuso di un tenero alone di gioia, un amore o due, e un po’ di crescita.

Fra me e gli anni ’80 è una cosa personale.

Io odio gli anni ’80. E quanto segue è il dettaglio, preciso per quanto posso ricordare, del perché.

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Staremo mica tornando? Last night I dreamt that somebody loved me

16 Comments Add your own

  • 1. » Robe di anni ottanta  |  September 27, 2007 at 3:23 pm

    […] primo capitolo della mia saga personale è qui. Avvertenza: contiene molta autobiografia, molta autoreferenza, ed è lungo ben oltre il limite del […]

    Reply
  • 2. sapu  |  September 27, 2007 at 3:38 pm

    Letto.
    Nessun commento buon commento.

    Reply
  • 3. miic  |  September 27, 2007 at 6:05 pm

    leggerò con piacere. però aggiungo: alla tua età è un po’ presto per autoflagellarsi per “non aver cambiato il mondo”. lascialo fare a quelli della mia età 😉

    Reply
  • 4. lucetta  |  September 27, 2007 at 8:58 pm

    bel post. gli anni 80, i più belli della mia vita. anche noi vecchietti del dopoguerra non abbiamo cambiato il mondo, non come lo volevamo noi, ma è stato il mondo a cambiare noi. brava.
    lucetta

    Reply
  • 5. Isadora  |  September 28, 2007 at 6:14 am

    Abbonata al feed. Il tema è interessante e mi piace il tuo stile. Per me sono gli anni della mia adolescenza (ho fatto la maturità nell’87…) e nel ricordo sono soffertissimi ma bellissimi…

    Reply
  • 6. sandrone dazieri  |  September 28, 2007 at 9:46 am

    Vai avanti a scrivere che mi piace!

    Reply
  • 7. benty  |  September 28, 2007 at 12:16 pm

    io pure li odio gli anni ottanta, ma mi sto ancora analizzando sul perchè. immagino di avercela con uno stereotipo, più che coi miei veri anni di infanziadolescenza. comunque, detto da uno nato nel 73, bel post, anche se amaro anzicehnò

    Reply
  • 8. Giulia  |  September 28, 2007 at 12:19 pm

    benty: e non avete ancora letto il resto.
    Prossima puntata lunedì prossimo.

    Reply
  • 9. Thumper  |  September 28, 2007 at 5:24 pm

    Voi e il vostro grido di battaglia (ualbois!)… non mi avete indotto ad andare a cercare i vinile dei d.d.? ;'(

    Reply
  • 10. Fabrizio  |  September 29, 2007 at 10:29 pm

    Io non sono d’accordo. E dico la mia 🙂
    Thank you for coming home
    Im sorry that the chairs are all worn
    I left them here I could have sworn
    These are my salad days
    Slowly being eaten away
    Just another play for today
    Oh but Im proud of you,but Im proud of you
    Theres nothing left to make me feel small
    Luck has left me standing so tall

    Reply
  • 11. giorgia  |  September 30, 2007 at 11:07 am

    Fabrizio – non sei d’accordo su che? Sui Giurèn Giurèn come header?

    Reply
  • 12. Dree  |  October 1, 2007 at 1:40 pm

    Cazzo, ma allora c’è qualcuno laggiù, che odia gli anni ottanta come me!
    Non avrei mai creduto fossi tu…

    Reply
  • 13. ilgrandevuoto  |  October 1, 2007 at 4:58 pm

    Ancora non ho capito perchè stai scrivendo tutto questo.
    Tanto.
    Cmq…

    Gli anni ’80 (facendo generalizzazioni da bar, ma a quanto vedo va benissimo così) sono da odiare.
    E’ vero.
    Perchè sono stati l’apice della produttività artistica di una massa disillusa da una massa illusa.

    Dopo.
    Il grande vuoto.

    Reply
  • 14. Smeerch  |  October 1, 2007 at 7:56 pm

    Ci metterei la firma. Decennio inutile.

    Reply
  • 15. F-f-f-f-fashion! (part one) « Ualbois! Ualbois! Ualbois!  |  October 2, 2007 at 10:05 am

    […] Prologo Last night I dreamt that somebody loved me […]

    Reply
  • 16. F-f-f-f-fashion! (part two) « Ualbois! Ualbois! Ualbois!  |  October 5, 2007 at 2:17 pm

    […] Acceptable in the Eighties […]

    Reply

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