F-f-f-f-fashion! (part two)

October 5, 2007 at 1:44 pm 7 comments

In the closet
Dicevo dei vestiti fatti in casa da mia madre. Non che io sia completamente da assolvere. Da ragazzina avevo un gusto piuttosto stravagante per i vestiti: mi piacevano molto i colori accesi, che indossavo tutti insieme senza curarmi molto degli abbinamenti. Mio padre non voleva che mi forassi le orecchie: una volta convinto, non voleva che portassi orecchini a pendente. Riteneva fossero troppo vistosi. Ma questo va alla voce “Sesso”, che vi assicuro, è parecchio interessante se siete il tipo di persona a cui piace leggere l’elenco del telefono o guardare la vernice che si asciuga.
Comunque: avendo completamente bypassato lo stile postatomico (in casa mia, vivaddio, nessuno aveva il permesso di vestirsi come le Bananarama), a un certo punto scopro il fluorescente. Non so chi abbia avuto l’idea che fosse bello andare in giro vestiti come operai dell’Anas, ma non fa niente. Quello che conta è che possedevo:

  • 1 paio di calzini giallo fluo
  • 1 paio di calzini rosa fluo
  • 1 paio di calzini verde fluo
  • 2 paia di elastici di spugna per ogni tonalità incluso l’arancione, che usavo come polsini dato che avevo i capelli corti
  • 1 paio di finte Superga rosa fluo
  • 1 paio di pantaloni di cotone a fiori gialli, verdi e rosa.

I pantaloni in questione erano gli unici ad abbinarsi con i calzini e le scarpe. Non so perché mio padre facesse tutte queste storie per gli orecchini e non si accorgesse che ero vestita come un semaforo.

Il verde – a parte quello fluo, ma in fondo anche quello – è la mia grande idiosincrasia. Non l’ho mai voluto indossare. Forse per questo nella mia famiglia si faceva a gara nel comprarmi abiti e accessori in ogni sfumatura di verde: possiedo ancora un montgomery e un fedora di quella sfumatura, ma anche il mio armadio ne è pieno.
Non mi sono mai stati molto a sentire, credo di averlo già detto.


If looks could kill, they probably will
Una sola cosa mi invidiavano, le mie amiche: le unghie. Negli anni ’80 si portano lunghe, a mandorla, accuratamente limate e dipinte di rosa, rosso, fucsia. Il mio smalto preferito è un rosa cangiante, che applico con cura in doppio strato. Ho le mani lunghe e sottili, grandi ma non sgraziate, con unghie affusolate che crescono dritte e in fretta. Se ne rompo una, taglio tutto e ricomincio. Le mie amiche le unghie se le mangiano, oppure non riescono a farle crescere, o peggio, hanno mani tozze e cicciotte. Le mie mani sono il mio lato migliore: non possono sostituire le tette, ma non è un buon motivo per trascurarle.

I capelli, invece, sono una tragedia.
Sono sottili, né ricci né lisci, mossi in maniera irregolare. Mia sorella, lei dalla treccia infinita lunga fino a metà schiena, non aveva questo problema. Io ho un viso lungo, angoloso, che ha bisogno di volume. Un’impresa disperata.
Invidio terribilmente i capelli di Barbara, la figlia del farmacista che non è la mia migliore amica perché è la migliore amica di Eddy e Anna, e per me non c’è posto, però io ho bisogno di una migliore amica e ho scelto unilateralmente lei. Barbara ha una gran testa di riccioli africani, fitti e scurissimi, che deve solo scalare periodicamente. Per me e i miei quattro peli, la soluzione è una e una soltanto.

La permanente.

Nella mia classe delle superiori, quasi tutte prima o poi si sono sottoposte a questa pratica. Tutte, si capisce, tranne quelle dalla capigliatura romanticamente lunga e folta: tipo Chiara, la prima della classe, con la sua mezza coda morbida e ornata da un fiocco di raso blu. Quelli sono capelli da eroina dei cartoni animati.
Oggi, nel 2007, la puzza di acido è quello che distingue la bottega della parrucchiera di paese dal salone di città. Le ultime a farsi la permanente sono le signore anziane, quelle che già che ci sono aggiungono anche una bella sfumatura di azzurro ai capelli bianchi, e poi a casa se li ritingono perché non ci vedono. Le strade sono invase da queste Fate Turchine geriatriche ed elegantissime.
Nel 1984, la permanente è democratica. Se la fanno tutte, giovani e vecchie, su ogni tipo di capello, e il risultato è sempre lo stesso: qualche settimana di ricci vigorosi, seguita da un progressivo afflosciamento. Le ricrescite completano il tutto, e il look, da riccioluto-selvaggio, passa a casalingo-disperato. Per tacer delle doppie punte che proliferano in ogni chioma, conferendo alle teste un aspetto crespo e trascurato.
Chi ha bisogno di rinfrescare la permanente si riconosce perché raccoglie i capelli in una mezza coda con un fermaglio, preferibilmente di quelli a tenaglia ornati da un fiore di plastica che ora si vedono solo in testa alle nomadi ferme agli incroci. Devono passare anni perché si cominci a pensare che i tagli di capelli vanno adattati ai capelli stessi, e non viceversa.

Prima della permanente, ho tentato ogni genere di stile. Il più memorabile in assoluto è un taglio corto che vale la pena di raccontare in tutta la sua ricchezza aneddotica.
La colpevole, prima ancora del parrucchiere, è mia zia. Costernata ancora più di mia madre da questo dramma su gambe in cui si è trasformata la sua prima e prediletta nipote, mi ha portata da un parrucchiere alla moda in quel di Pordenone.
Il coiffeur – forse sarebbe meglio appellarlo così, quantomeno per rendere giustizia alle sue velleità artistiche – mi vede, si illumina, afferra le forbici. Taglia, scala, aggiusta, gonfia, spinge in su e infine fissa con generose spruzzate di lacca all’odore di gelsomino.
Alla fine di tutto, mi presentano uno specchio. Io mi rimetto gli occhiali, che avevo dovuto togliere per farmi acconciare, e scopro che sembro un carciofo.
Un carciofo con gli occhiali.
Nel suo, il taglio ha anche un senso. E’ iconico, pop-arty, figlio del suo tempo. Il taglio di capelli della donna elettrica, dinamica, di una delle amiche di Cyndi Lauper nel video di Girls Just Want to Have Fun. E’ l’equivalente della frangetta per la ventenne moderna.
Ma su di me?
Per festeggiare, tuttavia, mi comprano anche un top da Benetton. Un top viola senza maniche, di raso, con una zip a chiudere il collo alto. Bello: l’ho portato poi per anni. E vado in gelateria con le amiche.
Ricordo gli sguardi, i “Ti sta bene!” Mi sento importante. Sofisticata. Alla moda. Per niente me, il che non è affatto un problema.
Darei qualsiasi cosa, pur di non essere me.
Il problema di un taglio così è che ci dormi sopra una notte e devi rifare tutto. La lacca a presa rapida del coiffeur tiene per un paio di giorni, ma poi i capelli bisogna lavarli e lì inizia la tragedia. Mia madre insiste che i capelli prima devo asciugarli normali, poi (cito testualmente) “spaventarli”. Ovviamente, i quattro peli non ne vogliono sapere di assumere nuovamente la forma pop-arty in cui li aveva forzati la mano autoritaria del parrucchiere. L’asciugatura dritta non aiuta: si afflosciano. Ci vorrebbe la lacca a presa rapida, ma non c’è.
Finisco per appiattirli in un caschetto striminzito. Del taglio fico rimane solo un profumo di gelsomino sulla federa del cuscino.

A differenza dei tagli drammatici come il mio, la permanente ricciolina dura per tutti gli anni ’80. La porta anche Kylie Minogue all’esordio come cantante, nel 1987; e ce l’ho anche io, nella foto di classe del 1990. La descrizione migliore è quella di Valentina Zoppellaro, compagna di classe: “Sembri un barboncino”. Ed effettivamente così è. All’epoca della foto, mi sono sbarazzata da poco degli occhiali, ma non del pessimo gusto.
Il tentativo di vestire la mia misera struttura mi porta ad indossare qualsiasi cosa. Tutto è un fallimento. Le magliette attillate mi fanno sembrare un palo della luce. Quelle larghe, una gruccia. Non riesco a trovare jeans che siano abbastanza lunghi e, quello che è peggio, qualsiasi cosa mi metta non riesco minimamente a somigliare alle mie compagne di classe. E poi c’è sempre la tragedia di vivere con due genitori come i miei: un padre ossessionato dall’idea che la sua prima figlia possa perdere la sua illibatezza in giovane età (sapendo quello che so ora, poteva mettersi comodo) e una madre che insiste a vestirmi con Burda. Due tendenze inconsapevolmente allineate.
Gli episodi salienti, in questo caso, sono due. Il primo è L’Incidente della Gonna Pantaloni. Dve essere aprile, perché a Casarsa c’è la sagra, e i miei ci vogliono andare. L’unica condizione per la mia uscita è che io indossi una gonna pantalone blu a fioroni gialli cucita per me da mia madre.
Credo di dover fare due precisazioni. La prima è che io odio, ho sempre odiato e odierò sempre le gonne pantaloni. Non le ho indossate nemmeno quando ero negli scout, e tecnicamente sarei stata obbligata a farlo dalla divisa. La seconda è che non ricordo di aver chiesto a mia madre di cucirmi quell’obbrobrio di cotone lungo al ginocchio, dal quale le mie povere gambine scheletriche sporgevano come batacchi di campane.
Io dico “no”. Loro dicono “sì”. Io ridico “no”. Vola qualche schiaffo. Loro escono, con mia sorella a traino. Io rimango a casa, a singhiozzare dentro quell’orrenda palandrana che non indosserò mai più in vita mia.
Il secondo episodio è detto La Sindrome di Moonlighting. Cybill Shepherd e Bruce Willis sono, all’epoca, i miei grandi idoli. La mia costituzione – alta, potenzialmente aristocratica – ben si presta all’abbigliamento sofisticato ed elegante esibito da Maddie nel telefilm. Inizio a chiedere a mia madre di confezionarmi camicette di seta con scolli morbidi e gonne attillate. Compro scarpe con un pochino di tacco. E’ un peccato che dentro questa mise da signora ci sia sempre io, con i soliti cazzo di imprescindibili occhiali: ma è comunque meglio di prima.
Purtroppo voglio strafare, e soprattutto sto a sentire mia madre. La quale mi compra un paio di pantaloni ècru di velluto a coste, pantaloni da uomo, e insiste perché io li indossi con una delle camicette eleganti che continua a sfornare. Sono una sedicenne vestita come una lesbica quarantenne insegnante di pianoforte.
Per qualche ragione, non credo che questo abbia incrementato la mia popolarità a scuola.

(continua…)

E per chi si fosse perso le prime puntate:

Prologo
Last night I dreamt that somebody loved me
F-f-f-f-fashion! (part one)

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smemo(rabiblia), 1 I don’t like Mondays

7 Comments Add your own

  • 1. » F-f-f-f-fashion! (part two)  |  October 5, 2007 at 1:48 pm

    […] aggiornamento per la saga più lamentosa del momento: Acceptable in the Eighties, vestiti e capelli, parte seconda. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback direttamente dal tuo sito […]

    Reply
  • 2. valeria  |  October 5, 2007 at 3:01 pm

    «Sono una sedicenne vestita come una lesbica quarantenne insegnante di pianoforte.»
    (Sono in ufficio, e mi sto sforzando di non mettermi a sghignazzare.) Giulia, vedo che un tristo passato ci accomuna!

    Reply
  • 3. seralf  |  October 5, 2007 at 3:03 pm

    moonlighting era fantastico, e metteva magnificamene in luce il talento comico di bruce willis, condannato in seguito ad esercitarlo soltanto in battute molto sopra le righe in filme come die hard 🙂

    Reply
  • 4. Elisaday  |  October 5, 2007 at 3:48 pm

    le gonne pantalone, le gonne pantalone, le gonne pantalone…Oddio, avevo rimosso questo orrore!

    Reply
  • 5. Gomez  |  October 5, 2007 at 5:06 pm

    Io amo questa donna. Anni ’80 o meno.

    Reply
  • 6. miic  |  October 9, 2007 at 3:38 pm

    questa cosa si sta rivelando più straziante di quanto mi aspettassi. per fortuna io tutto il mio abbigliamento ottantino l’ho rimosso (o forse lo indosso ancora, il che spiegherebbe molte cose 😉

    Reply
  • 7. xeya  |  April 11, 2008 at 10:04 pm

    Mi hai fatto morire dal ridere!!! Grazie!

    Reply

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