I don’t like Mondays

October 9, 2007 at 2:17 pm 6 comments

Naturalmente, niente di quanto sopra ha senso al di fuori del contesto sociale in cui avviene. Lo scenario della mia adolescenza è frammentato e scisso, ma si svolge grossomodo quasi tutto fra San Giovanni di Casarsa (PN) e il Centro Studi di Pordenone.

Se c’è una cosa per cui la gente si ricorda gli anni ’80 è questa idea dei soldi come cardine esplicito dell’interazione sociale. La facoltà di Economia dell’Università Bocconi è di moda, e non solo per il (piuttosto misero) sketch di Sergio Vastano a Drive In. Gli Young Urban Professionals, Yuppies, sono una figura così popolare che Luca Barbarossa ci fa sopra una canzone, i Vanzina un film, e i ragazzi della ricca provincia nordestina tanti e tanti sogni.
Pordenone è il non-luogo per eccellenza. Né Friuli né Veneto, pochi italiani sotto il Po saprebbero trovarla su una cartina. Mal collegata al resto del territorio, non presenta comunque grandi motivi di interesse turistico. Si è sviluppata rapidamente durante il boom economico e industriale, ha accolto immigrati meridionali, americani e ora africani rimanendo nella sostanza sempre uguale, provinciale, marginale, scarsa di eccitazione e movimento. Nei primi anni ’80 ha visto fiorire un movimento punk di spessore, ma io non li ho mai visti, questi del Great Complotto.
Neanche questo posso raccontare.
Con gli anni ’80 si inaugura il Grande Vuoto Emotivo. Non mio, nello specifico – un’adolescente è sempre piena di emozioni, che le piaccia o meno – ma quello di un’intera generazione, bombardata da un decennio di proteste, lotte, referendum, stragi, bombe, pallottole, botte e canzoni di Sting sui russi che amano i loro bambini. No, vabbè: quella era dopo.
Ci volevamo divertire, tutto il mondo occidentale si voleva divertire. Potevamo finire bruschettati da un ordigno nucleare da un momento all’altro, o almeno, così abbiamo creduto per molto tempo. Tanto valeva cercare di fare un sacco di soldi, ascoltare musica futile e facile, guardare video dei Duran Duran, scrivere pessimi romanzetti di vita paninara in cui Simon Le Bon era utilizzato come trucco di marketing.

Paninaro-oh-oh-oh
I paninari sono il vero fenomeno-simbolo di quegli anni ’80. Celebrati, osannati, sfottuti, ritratti in posa. Chi ora si lamenta dello stato dell’economia italiana potrebbe provare a viaggiare indietro nel tempo e mettere una bomba nel Burghy di Piazza San Babila, stroncando il fenomeno sul nascere: perché quei ragazzetti vanesi e fascisti, con il Moncler e le Timberland e i calzini Burlington e gli occhiali così e i capelli cosà, quelli che si facevano chiamare “galli di Dio” e appellavano le ragazze “squinzie”, quelli che picchiavano (o si vantavano di picchiare) i punk e i dark e si riunivano nei primi fast food d’Italia, quando il fast food era ancora un posto fico e non un posto per famiglie povere e adolescenti di provincia, ecco quelli lì hanno ereditato la fabbrichètta e il paese. E hanno generato tutta una riga di stronzi uguali a loro, che per metà vanno a fare le selezioni per il Grande Fratello e per l’altra metà giocano a fare i poveri contro il sistema.
Iraconda? Io?
Lasciate che vi racconti, ordunque, cosa vuol dire essere una teenager proletaria nella Pordenone paninara.

Il paninaresimo attecchisce ovunque, è un morbo, un’erba cattiva. Nella Pordenone ricca e marginale degli anni ’80, dove i figli degli industriali vanno al liceo pubblico (quasi tutti: alcune famiglie preferiscono spedirli alle scuole rette dai religiosi, nello specifico il collegio dei Salesiani “Don Bosco” e l’istituto “Elisabetta Vendramini”, rispettivamente maschile e femminile), non è raro incontrare esemplari di questa genìa.
Il Liceo Ginnasio Statale, non serve dirlo, è diviso in caste. I ricchi stanno sopra e si frequentano fra di loro. I poveri stanno sotto e sperano che qualcuno gli rivolga la parola. Io sto sotto.
I paninari, ovviamente, stanno sopra. Tutto si gioca sulla linea dell’accettazione: puoi essere molto figa (come Francesca), molto brava (come Vanna) o molto tosta (come Angela). Nel primo caso ti corteggiano, negli altri due ti rispettano. Non serve nemmeno che dica che io non ero nessuna delle tre cose.
Avevo praticamente un bersaglio pitturato sulla schiena.
A dire la verità, erano solo i miei compagni di classe a tormentarmi. Gli altri si limitavano ad ignorare la mia esistenza, e con alcuni delle altre classi avevo effettivamente dei rapporti di amicizia. Ma ogni classe è una galassia, ha le sue costellazioni: il suo moto è rigido, le regole a cui obbedisce eterne.
Torniamo ai paninari, con cui io graziealcielo ho avuto poco a che fare. Li osservavo, sì, sotto la mia coltre di invisibilità: li guardavo radunarsi al Woody’s (la versione pordenonese del Burghy), quando andavo a prendere il treno per tornare a casa. Erano altra gente, gente diversa da me.
C’era però anche chi (senza aver mai contemplato la possibilità di combatterli) si univa a loro, o almeno ci provava. Come ad esempio quel mio amico-da-stazione, di cui ho scordato il nome, che pur non essendo nemmeno di Pordenone si era autoproclamato “paninaro”, procurato l’abbigliamento d’ordinanza e un paio di occhiali scuri adeguatamente “da gallo”. Era un ragazzone alto, pallido, con i capelli ricci e biondi. Un giorno decide di farsi le lampade per ovviare al pallore, e si presenta alla stazione indossando una felpa a righe gialle e nere, con l’aria imbarazzata di chi spera che nessuno si accorga che le lampade lo hanno fatto diventare arancione, e fra la felpa e i capelli sembra l’Ape Maia.

Il problema dei paninari è la loro stessa esistenza. L’idea che una fetta esigua della popolazione – ricca, o quantomeno benestante, disinteressata alla vita culturale del paese, ossessionata dalla necessità di aderire rigidamente a standard di aspetto fisico e abbigliamento – si erga a rappresentanza di una generazione disprezzando apertamente ogni non-conformità. I dark, i punk (ormai residuali), i metallari sono oggetto di scherno: i centri sociali non sono ancora una realtà nazionale, quando lo saranno i paninari si saranno estinti, o meglio, evoluti in leghisti. Se di evoluzione si può parlare.
I paninari sono la prova vivente che sia Darwin che i creazionisti hanno torto. Per quanto li riguarda, si può parlare solo di “disegno deficiente”.

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F-f-f-f-fashion! (part two) I don’t like Mondays (part two)

6 Comments Add your own

  • 1. » Pordenone, i paninari e tutto il resto  |  October 9, 2007 at 2:23 pm

    […] viuuuuulenza. Acceptable in the Eighties. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback direttamente […]

    Reply
  • 2. Finz  |  October 9, 2007 at 6:00 pm

    Gli anni 80 li ho solo sfiorati, ma ti dirò che mi piacciono. Conosco però una mia amica pugliese che scrive le tue identiche cose…Sareste due amiche perfette. 🙂 Comunque non so se deve esserlo ma leggerti è molto divertente! Un saluto e un bacione anche se non ti conosco!

    Reply
  • 3. dario  |  October 9, 2007 at 8:04 pm

    http://tinyurl.com/2g2vgr

    Reply
  • 4. pigliapost  |  October 9, 2007 at 8:15 pm

    E ti ricordi che anche sul topolino usciva il dizionario dei paninari, e apprendevi la differenza tra squinzia e sfitinzia, gallo e similia…

    fortunatamente, il “disegno deficiente” tende ad estinguersi da solo…

    Reply
  • 5. Giuliana  |  October 10, 2007 at 3:33 pm

    Io mi ricordo le figurine dei paninari, le compravano i miei vicini di casa, che si frequentavano senza essere trattati da reietti proprio perché erano vicini di casa e non compagni di classe. Tra l’altro i paninari esistevano quando io andavo alle medie. Trovarsi in mezzo ai paninari durante i tre anni peggiori della vita… Diciamo che ti tempra se resisti. Altrimenti c’è lavoro per un analista (o un’analista, dipende dal sesso).

    Reply
  • 6. giovanna  |  October 12, 2007 at 11:46 am

    io all’epoca ero dark, vivevo in una delle zone “nere” di roma facevo il liceo in una delle scuole più rosse e i miei migliori amici (ancora gli stessi di allora) erano gay..dimenticavo facevo gli scout.
    schizzofrenia a parte mi sono abbastanza divertita anche se avevo la percezione precisa degli anni di merda che ci circondavano solo che complice la giovane età me ne fregavo, tutti quelli che all’epoca mi chiamavano zecca li ho ribeccati nei (meravigliosi) anni 90 fuori dai centri sociali e il novanta per cento dei compagni del FGCI dell’epoca ora sono quelli che non mandano i figli nella scuola pubblica dove va mio figlio perchè ci sono troppi extracomunitari. Viva la coerenza

    Reply

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