I don’t like Mondays (part two)

October 12, 2007 at 1:02 pm 8 comments

Train of thought

Dall’altra parte dei diciotto chilometri di linea ferroviaria c’è la vita del paese. Tra il paese e la scuola c’è il gruppo della stazione, un agglomerato di persone dalle alleanze mutevoli. Abbiamo tutti una sola cosa in comune: per tornare a casa dobbiamo percorrere il tragitto fra la scuola e il binario 1 in non più di sette minuti. Altrimenti ci scappa il treno, e dobbiamo aspettare quello dopo. Con quello che ne consegue in termini di fame, rimbrotti e perdita di sostanziose porzioni di Deejay Television e Saranno Famosi.
Non ricordo se ho preso il treno ogni giorno per tutti i cinque anni di scuola. Credo di no, ma ho comunque iniziato molto presto. Era meglio che viaggiare con mio padre, che di mattina era spesso di cattivo umore.
La mia sveglia suonava ogni giorno alle sei e un quarto, ragione per cui non mi era permesso guardare Quelli della notte e Indietro tutta. La radio era sintonizzata su una stazione locale, che trasmetteva sempre lo stesso nastrone di musica a rotazione, sempre alla stessa ora. Per anni sono stata svegliata da The Only One I Know degli Charlatans. A seguire c’era Just a Gigolo nella versione di David Lee Roth. In generale, dopo spegnevo la radio e scendevo a fare colazione.
Le mattine prima di andare a scuola sono state il mio primo vero contatto con l’ansia che mi porto dietro da tutta la vita. Temevo la scuola. Temevo i professori, le interrogazioni, i compiti, le umiliazioni quotidiane. Temevo di dimenticare qualcosa di fondamentale ed essere sgridata davanti a tutti. Temevo tutto. E ogni mattina, quando mi svegliavo all’alba per affrontare la giornata, era con lo stomaco chiuso.
Il viaggio in treno fra Casarsa e Pordenone, però, mi piaceva. La mattina potevo viaggiare con Alberto, che era il mio migliore amico, e Ciro, che era il mio amore neanche tanto segreto, mai corrisposto e fonte di infinite sofferenze. Quasi tutti i miei amici del paese e del gruppo scout studiavano a Pordenone come me, e ci incontravamo ogni mattina al binario 2.
Delle mattine in treno, per ovvi motivi, ricordo più facilmente i giorni freddi. A Casarsa e Pordenone il freddo invernale è pungente, umidissimo. Prima che mi rubino la bicicletta, a volte pedalo fino alla stazione. Sono solo due chilometri e mezzo, quasi tutti in piano, a parte il cavalcavia alla fine: la pedalata mi scalda. Non ho ancora fatto il collegamento fra la mia estrema magrezza e il dispendio energetico di quelle mattine, a casa mia non si parla mai di peso o di alimentazione corretta. Mangiamo tutti come bufali, e solo papà ingrassa.
Al rientro, Ciro a volte viaggia con me, altre volte con Sabrina, nostra compaesana che frequenta la scuola per segretarie d’azienda. Io cambio compagnia di anno in anno. Ricordo un periodo di viaggi particolarmente allegri con un gruppo di sanvitesi, un po’ più giovani di me ma molto simpatici. Non ricordo tutti i nomi, ma ricordo che stavo bene: fuori dalla stazione ci frequentavamo di rado, ma quella mezz’ora passata insieme ogni giorno era piena di scherzi e risate. Erano già gli ultimi anni, stavo emergendo. Dagli ’80 e da me stessa.


Ci vorrebbe un amico

Alberto è la mia prima grande amicizia maschile. Ci conosciamo nel gruppo scout di cui facevamo parte, e ancora oggi non so cosa ci tenesse insieme. Ci vogliamo bene. Passiamo insieme tutto il tempo possibile: lui suona il pianoforte e sa usare il computer, due abilità che gli invidio molto. Mi ricordo un pomeriggio intero passato a giocare con il mio Commodore64 a Incubus, un giochino abbastanza inquietante popolato di zombie, pipistrelli, vampiri e altri mostri. L’obiettivo è di arrivare all’alba tutti interi, senza farsi sbranare.
Alberto è una delle poche persone che rendano la mia adolescenza degna di essere almeno parzialmente riscattata. Avrei dovuto passare più tempo con lui e meno con la cricca del Bar Sport, successivamente ribattezzato Sporting Bar Pub in un impeto di fighetteria cialtrona. Era – ed è tuttora – un bar appena fuori dalla piazza principale di Casarsa, dove di pomeriggio gli adolescenti locali (quelli che la mattina andavano a scuola insieme) si riunivano per flirtare incessantemente, in un gioco delle coppie dalle combinazioni tendenti ad infinito.
Io ci vado perché Barbara ci va. Barbara è popolare: grandi tette, bei capelli ricci, lentiggini, graziosa, corteggiata. Vicino a me pare Miss Universo, ed è la mia unica amica. A un certo punto ho anche l’impressione che i suoi genitori si sentano rassicurati dalla mia presenza accanto alla figlia, come se io fossi un rottweiler particolarmente minaccioso o il Salvavergine della principessa Vespa. Servo a poco, in realtà: Barbara, come tutte le adolescenti sane e normali, ha le sue storielle e i suoi amori, ma a quattordici anni è già fidanzata con quello che sarà, ad anni alterni, il suo uomo per tutta la vita. (L’ultima volta che l’ho vista erano appena tornati insieme per l’ennesima volta, e sembravano felici e rilassati.)
Inutile dire che io al Bar Sport faccio arredamento. Troppo timida per parlare con i ragazzi, fondamentalmente snobbata dalle ragazze, non so mai dove mettermi. Duro quel che duro, qualche settimana o qualche mese, non ricordo: poi smetto di uscire. Preferisco Bim Bum Bam e i cartoni animati del pomeriggio.

È Lara a tirarmi fuori di casa, ogni tanto. Lara ha questa fama da bad girl, totalmente immotivata: è una ragazza vivace, sì, a cui la provincia friulana sta stretta. I suoi sogni di evasione sono innocenti, tenerissimi, confidati puntualmente al diario segreto. Diario che i suoi genitori, dei quali è figlia unica, violano, fotocopiano, evidenziano. Come se fra quelle righe si nascondesse chissà quale peccato inconfessabile. Lara è l’unica persona che io conosca ad essere più sorvegliata di me, e questo un po’ mi consola.
Insieme scriviamo pessimi raccontini rosa, ascoltiamo i Duran Duran, lei suona il piano. Sogniamo insieme, come tutte le ragazzine in tutti i paesi di qualsiasi provincia italiana. Per un periodo lei diventa la ragazza di Alberto, e per me è veramente il massimo della vita: li copro (anche i genitori di Alberto sono severissimi), dico alla madre che Alberto è in bagno quando in realtà è uscito a fare un giro con Lara, poi inforco la bicicletta e vado ad avvertirli, senza timore di sorprenderli in atti osceni. È questa la cosa meravigliosa, in retrospettiva, l’innocenza dei nostri rapporti sentimentali: lunghi corteggiamenti platonici e qualche bacetto. Non abbiamo la pressione di fare sesso presto, anzi, nel nostro paese chi fa sesso viene malvisto anche dai coetanei. Forse si fa di nascosto, non lo so. Ma noi, noi siamo bambini davvero, anche quando siamo adolescenti.
Con Lara l’amicizia dura molti anni, e in seguito è solo la geografia ad allentare il legame. Ancora oggi, quando ci vediamo, basta un attimo per ricollegare ogni filo delle nostre vite lontane.
Chissà se conserva ancora i raccontini rosa. Io qualcuno devo avercelo, da qualche parte.

Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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I don’t like Mondays I don’t like Mondays (part three)

8 Comments Add your own

  • 1. » Gli amici, e tutto il resto  |  October 12, 2007 at 1:08 pm

    […] venerdì, e qui significa solo una cosa: una nuova puntata di Acceptable in the […]

    Reply
  • 2. Finz  |  October 12, 2007 at 1:33 pm

    bello mi sto appassionando al tuo racconto. Scrivi libro scrivi libro! Io compro.

    Reply
  • 3. medo  |  October 12, 2007 at 1:44 pm

    Che nostalgia per quella canaglia del Mago Galbusera, vero ragazzi? Dai!

    Reply
  • 4. Nick  |  October 13, 2007 at 1:42 pm

    Bello!

    Reply
  • 5. Nick  |  October 13, 2007 at 1:46 pm

    …dimenticavo…il tuo “Dead sexy” lo si trova da qualche parte?

    Reply
  • 6. pettiross@  |  October 14, 2007 at 5:48 am

    Mi ritrovo molto quando scrivi di quella ansia delle mattine prima di scuola. Ti svegliavi ed era già lì, pulsante. E non c’era da fare qualcosa perché arrivasse. Era lì perché ti eri svegliata, era lì perché c’eri, era lì perché tutto quanto ricominciava e tutto quanto era un’insidia. Le prime anifestazioni di qualcosa che non se ne sarebbe più andato. E ricordo che gli altri bambini mangiavano e io no. Gli altri bambini avevano fame mentre io non potevo, perché il mio stomaco era già pieno. L’ansia lo aveva già riempito completamente.

    Reply
  • 7. squa  |  October 14, 2007 at 5:33 pm

    un po’ di malinconia
    Molto bello
    Grazie !

    Reply
  • 8. kasdjhfsasa  |  December 26, 2007 at 9:01 pm

    Salve
    Qualcuno mi consiglia una chat gratuita?
    grazie e a presto

    Reply

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