I don’t like Mondays (part three)

October 15, 2007 at 1:26 pm 9 comments

Endless Summer

D’estate, San Giovanni di Casarsa era afosa e silenziosa. Il silenzio di un paese di campagna, ancorché vicino a diversi centri industriali e popolato da un discreto numero di automezzi, è meraviglioso. È l’immobilità con colonna sonora di grilli.
L’unico posto dove andare, per tutti i ragazzi fino ai tredici anni compiuti, è l’ex Area Zuccheri, messa a disposizione dalla Curia per le attività scout e di ricreazione. D’estate, il Comune organizza una serie di attività pomeridiane per i giovanissimi del paese, riunite sotto il nome Estate Ragazzi. Lì faccio le prime amicizie e le prime zuffe: chissà se Eva Dal Molin ricorda ancora le quattro dita che le ho stampato in faccia quando mi sono stancata di essere presa in giro da lei e dai suoi amichetti. Un ceffone ben piazzato, che ha più o meno chiuso le ostilità fra me e buona parte del paese.
Da quel momento, chiamarmi “Visitors” e sfottermi, attribuendomi cotte inesistenti per gente che non avevo mai degnato di uno sguardo, comincia a passare di moda.

L’Estate Ragazzi prende quasi interamente possesso della grande casa padronale di fianco alla Chiesa. Ci arrivo, come sempre, in bicicletta, risalendo la strada che costeggia la roia, il ruscelletto che attraversa il paese. San Giovanni è un paese costruito sull’acqua, pieno di fossi, rane e zanzare. D’estate, l’aria sa di erba e asfalto bollente.
Nel cortile dell’Ex Zuccheri si gioca a pallavolo. Sotto i portici abbiamo tracciato un campo di quel gioco che si chiama mondo, campana, e da noi “sassolino”. A sassolino, viene fuori, sono bravissima: ho una mira strepitosa, centro regolarmente la casella, e quando salto è sempre con molta precisione, senza perdere l’equilibrio quando mi chino a raccogliere il sasso, senza pestare le righe, senza muovere il piede. Sono così brava che nessuno vuole più giocare con me, soprattutto quando si gioca a coppie: se la mia compagna è scarsa, entro regolarmente io a “salvarla”, e non ce n’è più per nessuno.
Non è un gran talento, ma è un talento.
Quando non gioco a sassolino, mi piace andare sulle altalene appese sotto il portico, e spingermi in alto fino a toccare le travi con la punta dei piedi. Facciamo le gare, per vedere chi arriva prima, e io vinco perché sono più alta delle altre.
A volte andiamo tutti a comprare i gelati al bar ACLI lì vicino. Ci si arriva da dietro, da un’entrata secondaria. Il gelato preferito di tutti è il Calippo: si mangia poco a poco, non sporca le mani, disseta. Quando il Calippo non c’è, compriamo i ghiaccioli.
Quando piove ci rifugiamo nella sala principale, e giochiamo a Otello, a Scarabeo, a dama. Impariamo ad andare sui trampoli. C’è un laboratorio di lavoretti con la creta e uno di danza. Due delle ragazze più popolari e precoci del paese si esibiscono in un duetto su You Spin Me Round dei Dead or Alive, mentre un altro gruppetto – che mi include – esegue un’elaborata coreografia sul tema principale di Conan il Barbaro. Agitiamo pon-pon fatti di carta crespa gialla e blu. Non ricordo la coreografia, ovviamente, ma ricordo la musica e le risatine di scherno: “Guarda Visitors.”
Era prima del ceffone, credo. O forse no.

Chasing rainbows and fireflies

A maggio, le lucciole esplodono a sorpresa davanti a chi passeggia nel buio dei campi, e a noi scout capita spesso di essere spediti di notte in aperta campagna, senza nemmeno una torcia per farci luce, perché tanto c’è la luna. Ogni tanto, qualcuno dei capi salta fuori da un cespuglio o da un campo di pannocchie, urlando e spaventandoci a morte: fa parte dell’addestramento al coraggio, o al controllo degli sfinteri.
La mia carriera di scout somiglia molto a un rapporto d’amore. Con un inizio esitante, tanto-per-fare, durante un’uscita dei Lupetti locali al Boscat, una delle tante località in cui si fraziona la frazione di San Giovanni. Un sonno pacifico e felice sotto una capanna di frasche all’aperto, interrotto da un’esclamazione mattutina di Anna: “C’è una rana nelle mie scarpe!”
Più tardi, l’ingresso in Reparto (che devo ancora capire perché tutti chiamavano Riparto: deformazione dialettale o variante accettata?), e l’amore.
Per i successivi tre anni, l’Agesci è tutta la mia vita. Un po’ perché a San Giovanni le possibilità di aggregazione sono solo due: l’Azione Cattolica Ragazzi, o l’Agesci, sempre cattolica, ma dove si imparano a fare i nodi, a comunicare in Morse, a montare una tenda canadese da otto in meno di un quarto d’ora, a cucinare sul fuoco aperto, a costruire una capanna con quattro bastoni e un telo di plastica. Tutta roba utile, in caso di attacco nucleare e fine della civiltà. E comunque ancora oggi non ho capito: che cosa facevano, esattamente, quelli dell’ACR?

Gli anni passati in Reparto sono contemporaneamente i migliori e i peggiori della mia adolescenza. Il migliore, senza dubbio, è quello in cui finisco in squadriglia con Alberto e Simone: il Gruppo Agesci San Giovanni era un esperimento, con reparti e squadriglie miste.
Dormiamo tutti insieme nella stessa tenda, e quell’anno io sono l’unica ragazza. Mi diverto un mondo. Mi sono presa perfino un Brevetto di Competenza in Espressione, avendo collezionato ben quattro specialità nel settore. La sera, intorno al fuoco, con Alberto, Ciro, Marchetto, Simone, Sandra e tutti quelli che hanno voglia di partecipare mettiamo in scena sketch, barzellette, e un numero che abbiamo ripetuto poi negli anni con grande successo di pubblico: Sandra si mette davanti a un pannello costruito tendendo un lenzuolo bianco fra due pali, e finge di cantare. Dietro il lenzuolo ci sono io, impegnata nella mia migliore versione di La Isla Bonita. A un certo punto, il playback si interrompe e Sandra imbarazzata, scappa dal palco improvvisato.
Oh, beh, dai, c’è gente che va a vedere Vacanze di Natale.
L’unica cosa che farei qualsiasi cosa per evitare sono le camminate in montagna. Il fatto numero è che sono, sono sempre stata e presumibilmente sempre sarò del tutto negata per la fatica fisica: cucino, animo, organizzo, lavo, tutto ma non chiedetemi di arrampicarmi per ore su declivi rocciosi, con l’unica prospettiva di un pranzo a base di pane, tonno e cioccolata comprata all’ingrosso allo spaccio militare della caserma di Casarsa. La cioccolata è dura, e quando arrivo in cima ho troppo fiatone per ammirare il panorama.
Un bel giorno decido che hell no, I won’t go. Dico che mi fa male una caviglia, e per favore posso restare al campo? Nessuno mi crede, ma non hanno il coraggio di forzarmi. Resto sola per buona parte della giornata, godendomi la pace di una palafitta sgombra, dove posso cucinare solo per me.
La sera mi sono già dimenticata della caviglia. Vado al trotto verso il lavabo comune, montato poco distante dalla nostra tenda. Per qualche motivo, grido “Yu-huuuu!” Metto il piede in una buca, cado, e mi rotolo per terra dolorante.
La caviglia, adesso, me la sono storta davvero.

L’anno del Noviziato, i dodici mesi di intercapedine fra il Reparto e il Clan, sono quelli che servono a testare l’impegno degli aspiranti Rover e Scolte. Di quell’anno ricordo solo un disastroso campo in bicicletta. Disastroso per me, non per tutti, si capisce.
Mi sono fatta vaccinare contro il tetano due giorni prima della partenza. Il braccio in cui mi viene praticata l’intramuscolare si gonfia immediatamente, ed è fuori uso ben oltre il momento in cui salgo in sella e mi dirigo verso la sede. Dopo tre chilometri di pedalata, fra il braccio che a ogni buca mi fa vedere le stelle e il fiato che è quello che è, mi fermo. E mi ri-fermo dopo altri tre. E dopo altri tre ancora. I capi, e i miei compagni, mi pugnalerebbero volentieri con un picchetto da tenda, ma a ad un certo punto Sergio si fa venire un’idea: pedalerà lui con me, ogni tanto ci fermeremo e lui mi darà uno spicchio di limone da succhiare.
Dice che le vitamine mi rimettono in sesto e il frutto mi disseta.
Funziona.
Il problema numero due sorge quando mi rendo conto che una giornata di pedalate mi scatena una fame assassina, mentre le mie compagne di tenda (Barbara, Raffaella e Sabrina) sono già entrate nella spirale della dieta. Quando si va a fare la spesa per la cena, e questo no, e quello no, e quell’altro neanche ché fa ingrassare, la frutta si mangia prima di cena se no fermenta, a me fermenta lo stomaco e non riesco a convincerle che, a botte di venti chilometri al giorno, dimagriremmo anche se mangiassimo tiramisù per colazione, pranzo e cena.

Le cose cambiano definitivamente in peggio nell’anno del passaggio in Clan. Succedono cose brutte. Il padre di Ciro è morto. Vorrei dire molte cose di Elidio, ma niente rende giustizia al tipo di persona che era. Non faceva direttamente parte del gruppo scout, ma in qualità di marito di Olietta, uno dei nostri capi, era spesso presente.
Sapeva fare le cose, Elidio. Era uno di quegli uomini un po’ alla vecchia, bravo con le mani, di buona compagnia. Amava molto la montagna, e la montagna se l’è preso: è morto cadendo in un burrone, durante un’escursione.
La notizia ci arriva quando gli altri sono al campo invernale, nella comunità di Fratel Ettore a Milano. Io sono a casa, credo con l’influenza. Abbiamo diciassette anni. I miei compagni di classe mi telefonano, hanno saputo, non so come. Io sto chiusa in camera mia per quattro giorni, piangendo ogni volta che qualcuno mi rivolge la parola.
Continuo a sentire la voce di Elidio, a vederlo spalmare la ricotta sul pane e guarnire il boccone di marmellata. Mi ha insegnato lui a fare i nodi in modo che non si sciolgano con il peso, un’abilità che ho tuttora e che mi torna occasionamente utile. Continuo a sentirla per anni, e quando mi accorgo che non la ricordo più bene sono passati anni, e il dolore è svanito.
Credo che quello sia il punto in cui finisce tutto. Il rapporto con gli altri si dissolve, poco alla volta. L’appartenenza al gruppo mi sta stretta, ho perso la fede e questo, per una persona appartenente a un gruppo di stampo cattolico, diventa difficile. Faccio un anno di volontariato in un doposcuola, mi diverto molto più che alle riunioni con il Clan, e gli altri (a parte Alberto, che mi appoggia sempre, e Lara) non capiscono questo mio entusiasmo.
A diciannove anni, dopo un ultimo, patetico tentativo di rimanere nel gruppo, abbandono lo scoutismo per sempre.
So ancora fare i nodi, come ho detto. Il Morse, però, non lo ricordo più.

Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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I don’t like Mondays (part two) I don’t like Mondays (part four)

9 Comments Add your own

  • 1. » La lunga estate calda  |  October 15, 2007 at 1:29 pm

    […] anni ‘80 e la socialità difficile: parte terza. In Acceptable in the Eighties. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback […]

    Reply
  • 2. Giulia  |  October 15, 2007 at 1:32 pm

    Non ero sicurissima di voler postare la parte sullo scoutismo. Non c’è molto folklore anni ’80. Ma è stata una parte importante della mia vita, e insomma, è successa in quel periodo.

    Reply
  • 3. giovanna  |  October 16, 2007 at 9:27 am

    mamma mia! a parte pordenone e il fatto che per me è stata la morte di mio padre a farmi lasciare gli scout a 19 anni, mi sembra di rileggere la mia vita compreso il terribile campo in bici.
    Per me è stato lo scoutismo a permettermi di superare gli anni 80 e l’immagine di allora che che ancora mi scalda è roma sotto la neve careless wisper come sottofondo e io che tutta nera con i calzini verde fosforescente e un chiodo come orecchino vado a fare a palle di neve davanti alla chiesa con i miei amici degli scout

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  • 4. jimmydixxx  |  October 18, 2007 at 7:17 am

    bello, il tuo Elidio mi ricorda una persona cara che mi ha insegnato tante cose quand’ero piccolo. Una di quelle persone che quando hai un problema pensi…cosa farebbe lui? Anche se non sono nodi (il tuo caso) o bamboline di carta (il mio)….

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  • 5. » Com’era bello il mio paesello  |  October 31, 2007 at 4:02 pm

    […] Ho fatto un po’ di foto, però. E chi sta seguendo Acceptable in the Eighties può rileggersi questo post, ora attrezzato di […]

    Reply
  • 6. stefansia  |  November 1, 2007 at 9:10 pm

    post molto bello, come sempre.
    Personalmente guardo questo blog un po’ da spettatrice, principalmente perché ho cominciato il ginnasio nel 1989 e degli anni Ottanta ricordo poco, dei Novanta solo buio finché non sono andata via di casa.
    In questo post mi riconosco solo nella parte a San Giovanni le possibilità di aggregazione sono solo due: l’Azione Cattolica Ragazzi, o l’Agesci. Non che Treviso fosse diverso, solo che essendo l’intera mia famiglia non credente, possibilità di socializzazione “laiche” non ce n’erano. In compenso c’era un mondo di coetanei pronti a urlare “Sporca Ebrea” e altre amenità appena dicevo “Io non vado in chiesa”.
    Tuttora la compagnia che amo di più è la mia, che di per sé è una cosa buona. Di converso non riesco a considerare la socializzazione come una parte importante della mia vita, e ne faccio volentieri a meno. Che non è sempre una cosa buona.

    Reply
  • 7. wild_honey  |  March 24, 2008 at 12:45 pm

    so che è un post vecchio e che è un po’ fuori luogo commentarlo ora e come sto per fare, ma tant’è:
    non ti conosco, è la prima volta che vengo qui, sono emiliana di città e negli anni 80 ho vissuto quella parte dell’infanzia che uno si dimentica, ma mi piacerebbe che tu pensassi che lo scoutismo ti ha lasciato di più di qualche nodo.
    non so, ma per ha significato tanto, perchè mi ha accettato e sollevato quando nessun altro lo ha fatto, e mi ha cambiato la vita. di nodi ne so fare molti pochi, e anche se le altre abilità che mi permetterebbero di partecipare a survivor sono rimaste intatte, non sono ciò che lo scautismo rappresenta.
    poi non fraintedermi: anche io sono uscita a 20 anni, atea e stanca di sentirmi dire “dai ali, arriva fino alla curva poi ti fermi”, quindi certe cose le capisco davvero, non sono una scout dura e pura.
    niente, solo questo: vorrei che ti ricordassi di cose migliori.

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  • 8. Maria Sung  |  July 19, 2008 at 8:49 am

    Codice Morse: tre punti _tre linee _tre punti. Ovvero: SOS

    Reply
  • 9. Numerology  |  October 13, 2011 at 8:13 pm

    Cracking writing

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