I don’t like Mondays (part four)

October 22, 2007 at 7:21 am 11 comments

Fuck school

La mia compagna di banco, Giorgia, appartiene allo strato più alto della casta dei privilegiati, ma non si nota. In cinque anni di scuola tentiamo più volte di separarci, accoppiandoci con altri compagni: ma finiamo sempre una a fianco all’altra. Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe, con poche eccezioni: lei è una. L’anno della maturità parliamo in stereo, ci finiamo le frasi a vicenda, e siamo la barzelletta del professore di italiano: io le scrivo inizio e fine del tema e lei riempie in mezzo. Il problema è che lo stacco si vede. Ma siccome faccio lo stesso per altre due persone (ricevendo in cambio il compito di matematica), il docente tende ad ignorare il fenomeno. Credo assegnasse il voto in base alla parte del tema che si capiva non essere mia.
Giorgia è la mia oasi di appartenenza in un ambiente crudele. Non mi difende dalle cattiverie degli altri compagni – non è quel tipo di persona: si aspetta, probabilmente, che io mi decida a farmi crescere un po’ di fegato – ma è tra le poche, se non l’unica a nutrire per me stima autentica. Stima, ho detto stima: a sedici, diciassette, diciotto anni Giorgia mi stima, e io la ricambio. A diciassette anni la stima è qualcosa di precoce, indicibile, incomprensibile. Un tabù da adulti. Giorgia mi pensa a me da adulta, me lo dice, una sera in albergo, in gita: tu farai cose, farai cose belle, ce l’hai dentro, sei speciale. Io trattengo il fiato, non so cosa dire, forse dico di no, che non ci credo, ma lei non mi ascolta, scrolla via le mie parole come se non fossero importanti.

Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe. Avrei voluto che mi amassero, o almeno, che mi accettassero. Odiarli era l’unico modo per soffrire di meno.


Il liceo che ho frequentato adesso ha un nome. Non ce l’aveva nei primi anni ’80: siamo stati noi a battezzarlo, e sono stati quelli dopo di noi ad abbreviarne il nome. Adesso, il Liceo Ginnasio Statale si chiama “G. Leopardi”, “Leo” per tutti.
È un nome banale, un nome televisivo, il liceo de “I ragazzi della III C”. La sezione C, da noi, è una sezione di secchie, sono tutti bravissimi ma, dice il professore di greco che insegna anche a noi della E, manca “il materiale umano”. Infatti tutto il materiale umano, vale a dire tutti gli spiritosissimi stronzi, saranno da noi entro la fine del ciclo di studi.
Prima, però, ci sono i figli dei grandi industriali locali, gli Zanussi e gli Zoppas, i figli degli avvocati, i possidenti della città, che si accoppiano con le fighe, e le fighe si portano dietro la loro corte di ancelle meno fighe che raccattano gli avanzi.
I figli dei ricchi organizzano una partita a basket in cui indossano divise verdi con il loro numero di telefono cucito sulla schiena. I figli dei ricchi sono rappresentanti d’istituto. I figli dei ricchi guidano le operazioni di battesimo della scuola. Tra i nomi proposti, qualcuno dice “Olimpo”, perché il Classico è il paradiso della scuola, il luogo degli eletti. A me pare un nome buono appena per una palestra, ma voglio essere clemente e pensare che si trattasse di una deliberata provocazione. Qualcun altro avanza la candidatura di Pier Paolo Pasolini: splendida cosa, per un liceo friulano, intitolarsi alla memoria del più illustre fra i suoi intellettuali. Si oppone l’insegnante di religione, e chi altri? sulla base del fatto che Pasolini era omosessuale. Pasolini viene scartato. L’insegnante di religione, che fino a quel punto aveva avuto la mia ammirazione perché ci insegnava rudimenti di ebraico per farci confrontare il testo originale della Bibbia con le successive traduzioni in greco e in italiano, crolla miseramente davanti ai miei occhi.
Al referendum scolastico sul nome, voto per Primo Levi. Per nessun motivo in particolare: ho nozioni vaghe su chi sia Primo Levi, so che è morto suicida, so che è stato in un campo di concentramento nazista. Non so chi l’abbia messo in lista. All’assemblea d’Istituto forse mi ero distratta, a quel punto. La mezz’ora di arringa a favore di “Olimpo” deve aver abbassato la mia soglia d’attenzione.

Alla fine, siccome siamo a Pordenone e Pordenone è una città perbene, una città che si sente città e non paesotto, una città che sta in Friuli per sbaglio ma si sente veneta, vince la scelta ecumenica, equidistante e neutra, quella del poeta obbligatorio e inoffensivo, senza legami con la storia locale, morto di malattia, né frocio né ebreo.
L’ultimo guizzo di vitalità viene spento sul nascere quando, alla vigilia dello svelamento della targa che intitola l’edificio, qualcuno si accorge che sotto la carta velina qualcun altro ha infilato una foto di Moana Pozzi. La cerimonia si svolgerà senza incidenti.

Il Liceo, come già detto, ha sede all’interno del Centro Studi, una costruzione di epoca fascista in cui si trovano tuttora anche la scuola media “Guido Monti” e qualche istituto professionale i cui studenti vengono tenuti accuratamente separati dalle studentesse del suddetto liceo. All’epoca – molto prima che la riforma Moratti rimescolasse le carte in tavola – c’era anche la scuola per “segretarie d’azienda”, a frequentazione esclusivamente femminile, non per statuto ma per decoro sociale, in un tempo in cui le segretarie erano femmine e i capi maschi.
Non che sia cambiato molto.
Come tutte le costruzioni fasciste, il Centro Studi è brutto, tetro, squadrato. Nel cortile interno, dove si scende a fare ricreazione, c’è la ghiaia: chi gioca, e cade, si impallina le ginocchia. Nell’atrio e nei corridoi, qualche macchina delle merendine e un venditore di pizza al taglio, mille lire la porzione.
Ogni giorno scendo le scale, compro un pezzo di pizza, la sbocconcello girando per i corridoi. Esco in cortile. Ci siamo solo noi. Le ricreazioni delle medie e dell’istituto tecnico professionale sono temporizzate per iniziare e finire prima e dopo la nostra. In cinque anni non vedrò mai, nemmeno una volta, gli studenti dell’IPS.

La lezione di Storia dell’Arte si tiene nei sotterranei. Lì, la scuola ha attrezzato un’aula con schermo per la proiezione di diapositive. Un’aula necessariamente sempre semibuia. Mentre il professore spiega, mi infilo surrettiziamente le cuffie del walkman rosa, comprato al supermercato per pochi spiccioli, e ascolto musica pop. Unica lezione memorizzata in tre anni: la differenza fra il primo e il secondo periodo della pittura di Giotto.
In classe, ho mille modi di distrarmi. Il mio preferito è il disegno: con la matita compongo enormi affreschi sulla formica verde del banco. Ci lavoro per giorni, aggiungendo dettagli. L’unica regola è che non devo sconfinare nella metà di Giorgia, che è pronta a sfoderare la gomma da cancellare per ristabilire il suo dominio sul territorio.
I bidelli, dopo un po’ di tempo, non mi puliscono più il banco. Me lo dicono: io i disegni non li tolgo, quando ti stanchi il Vetril sai dov’è, e anche la carta. Arrangiati. E così faccio: quando il disegno è finito o mi ha stancata, vado nello stanzino delle scope, prendo la bottiglia del Vetril e qualche foglio di carta assorbente, cancello tutto, e ricomincio.

Quella del disegno è l’altra passione, la prima, precede la scrittura di più di un decennio. Quando ancora non sapevo scrivere bene, disegnavo. E anche negli anni ’80, anni di esplosione degli anime e manga sulle reti nazionali, io sto sempre con la matita in mano. Disegno i protagonisti delle serie che seguo: Holly e Benji, i protagonisti di Prendi il mondo e vai, Hilary. Disegnare mi piace così tanto che a un certo punto della mia carriera scolastica riesco a farmi assegnare una rubrichina sul giornalino della scuola, una robetta ridicola che vorrebbe essere satirica e che termina dopo il secondo numero, quando il giornalino viene chiuso dal preside a causa di un articolo che contiene insulti pesanti all’indirizzo di uno dei professori. Grande scandalo, minacce di querela, tutti gli autori vengono convocati a rendere conto delle proprie azioni, si rischia la sospensione in massa o il sette in condotta, non si capisce bene.
Non mi rendo conto del tutto di cosa succede, e anche la memoria di quei giorni è sbiadita. Ero solo in quarta ginnasio, avevo quattordici anni, non capivo. Il giornalino l’avevo appena sfogliato, apprendendo da quelle pagine dell’esistenza degli R.E.M., che solo anni dopo sarebbero diventati un gruppo fondamentale per la mia esistenza. L’articolo incriminato non l’avevo nemmeno letto.
Il preside infatti viene in classe, pronto a farmi una partaccia pubblica. Poi mi guarda, e qualcosa nella mia combinazione di occhiali-maglione jacquard sformato-sguardo mite deve convincerlo che una creatura così infelice non possa essere socialmente pericolosa. Capisce anche che non c’entro nulla, che i redattori del giornalino hanno usato un’opportunità per fare sfoggio di arroganza. E mi lascia in pace. Me la cavo con una letterina da presentare a casa, talmente generica nei toni che nemmeno i miei severissimi genitori, terrorizzati dall’idea che io possa dare scandalo, mi infliggono punizioni.

I miei cinque anni di scuola mi passano davanti agli occhi senza che io riesca a distinguere quando ho fatto cosa. Vedo i miei compagni accoppiarsi e lasciarsi, a volte in modi spettacolari. Tipo Antonio Marchi che, in gita scolastica, esce dalla finestra e sale sulla verandina che sovrasta l’entrata dell’albergo, urlando “Francesca, mi butto” all’indirizzo della fidanzatina. Vedo anche me stessa aprire la finestra, sbraitare “Antonio, non fare il coglione e torna dentro” e poi richiudere la finestra, in un raro momento di incisività. Ma era l’ultimo anno. Il 1991. Non vale.
Sempre l’ultimo anno, rivedo Gianni Massanzana, che è stato mio compagno di banco per cinque minuti in una pausa da Giorgia (forse perché voleva copiare i compiti d’inglese?) salire fino nella camera con i letti a castello dove dormiamo noi ragazze in ritiro, prima della maturità. Una foresteria bellissima, dove la scuola ha pensato bene di spedire i maturandi, nella speranza che il rilassamento e la presenza dei professori li possano portare preparati e raggianti all’esame. E insomma, arriva Gianni con la crema per le mani “effetto seta” che era da due giorni che andava a spalmare addosso a tutti, per farmela provare. Ma era sempre l’ultimo anno.
Che cosa ricordo degli anni precedenti? La mattina in cui Antonio Marchi mi ha trovata in classe che mi truccavo con uno specchietto a mano, era sabato e si entrava un’ora dopo ma a me piaceva arrivare presto e stare sola. E lui entra e mi domanda perché tengo lo specchietto così vicino, e io gli dico che non ci vedo, senza occhiali.
Mi ricordo i mezzi guanti di pizzo comprati in una merceria del centro di Pordenone, dopo averli desiderati per settimane. Ce li ho ancora, da qualche parte. Ma a scuola poi non li mettevo, perché nella mia scuola il look Madonna non andava.
Ricordo Anna (Libera Comunarda) Mayer. Si chiamava veramente così. A casa non aveva la televisione, e andava pazza per Prince. La ricordo rossa di capelli, e paffuta, di una simpatia esagerata. Portava baschetti fatti a maglia. Parlavamo di musica, uscendo da scuola nel periodo in cui, invece di andare a prendere il treno, raggiungevo mio padre nell’edificio delle Poste dove lavorava, e mangiavo con lui nella mensa aziendale. Anna era strana, come me; a differenza di me, era orgogliosa di essere strana. Vicino a lei, non mi sentivo mai anormale.

Di Dalle Molle, invece, non ricordo nemmeno il nome di battesimo. Ricordo un volantino propagandistico a ridosso delle elezioni per la rappresentanza d’Istituto: un disegno di Snoopy con delle molle sotto le zampe. Di Dalle Molle ricordo benissimo, in compenso, la carnagione: uniformemente brunita, al punto che a scuola gira voce che usi il fondotinta per darsi quell’aria così da vacanza alle Barbados tutto l’anno. Forse invece si fa le lampade.
Dalle Molle ha i capelli lunghi, un po’ fonati, e indossa la giacca anche a scuola. È uno dei tanti fighetti che frequentano l’istituto, gente così popolare da candidarsi alla guida degli studenti anche in assenza di idee su come migliorarne la vita.
Funziona così, nella nostra scuola, e forse anche nelle altre scuole. Ci si candida alla rappresentanza d’istituto per dire che si è rappresentanti d’istituto. Ci si fa belli alle riunioni con i professori, e si dicono anche delle solenni cazzate. Mia madre, presente a una riunione professori-genitori-rappresentanti (indetta Dio sa per cosa e quando), sostiene di aver sentito una mia compagna rappresentante di classe pronunciare la frase “Perché noi del Classico siamo la crema della scuola”.
Ora, io non vorrei infierire, ma la persona che pronuncia quella frase è parte della clique più odiosa della mia classe. Quella adiacente alla reginetta di bellezza, Francesca Dalla Torre, eletta Miss In Jeans 1988 ad un concorso legato a Miss Universo, non chiedetemi i dettagli. Francesca, adesso, io non so come sia. Ricordo di averci fatto una conversazione piacevole al telefono intorno al 1999, quando per caso ho telefonato dal lavoro nello studio di commercialisti dove lavorava. Nel 1988 è il tipo di persona che si prenota per le interrogazioni programmate, e poi il giorno dell’interrogazione non si presenta: di modo che il professore di turno finisce per beccare qualcuno a caso e gli piazza un’insufficienza che gli assicura gli esami a settembre.
In più è straordinariamente carina, ovviamente corteggiatissima (chi è quello che entra in classe a metà di un’ora di lezione solo per darle un’orchidea? Paolo cosa?) Ma non ce l’ho con lei. In retrospettiva, era anche normale che allora la odiassi. Odiavo tutti: figurarsi se il mio odio ecumenico poteva fare sconti a chi aveva tutto quello che io volevo, e qualcosa in più.
La crema della scuola. Come no.

Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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I don’t like Mondays (part three) On either side of the political fence

11 Comments Add your own

  • 1. » Fuck school  |  October 22, 2007 at 7:26 am

    […] lungo momento di straziante autocoscienza (© miic) prosegue: questa volta si parla di scuola. Acceptable in the […]

    Reply
  • 2. Anja  |  October 22, 2007 at 11:33 am

    E’ davvero bello leggere questi racconti. Davvero bello.

    Reply
  • 3. flapper85  |  October 22, 2007 at 7:13 pm

    uhm, io ho iniziato la prima elementare nel 1991,,,e il liceo l’ho fatto “a cavallo del millennio”, ma ti assicuro che, al Liceo, non cambia mai niente! (guantini di pizzo a parte!)

    Reply
  • 4. ellis  |  October 23, 2007 at 8:06 am

    ma sei ancora piena di livore? dopo tutto sto tempo?

    Reply
  • 5. Camellia Sinensis  |  October 23, 2007 at 5:27 pm

    Io nel 1991 ci sono nata, e differenze tra il tuo vecchio liceo e il mio attuale sono veramente pochissime.

    Reply
  • 6. Camellia Sinensis  |  October 23, 2007 at 5:29 pm

    Argh. Mi sono mangiata una virgola ed un articolo.

    Reply
  • 7. Giulia  |  October 28, 2007 at 9:58 pm

    ellis: no. Ma sto ricordando. E quando si ricorda si torna indietro.

    Reply
  • 8. gianni  |  November 1, 2007 at 5:49 pm

    caspita la crema effetto seta.
    uno dei prodotti che più ha segnato la mia vita.
    domani vado in parafarmacia a comprarne due tubetti.

    Reply
  • 9. Giulia  |  November 1, 2007 at 5:50 pm

    volevo vedere quanto ci avrebbe messo qualcuno della mia classe a trovare questi post 😀

    Reply
  • 10. gianni  |  November 1, 2007 at 6:19 pm

    giulia ti saluto, ho finito di cazzeggiare su internet.
    felice di vederti in piena forma
    se il caso lo vorrà, ci incontreremo e ti darò un po di crema effetto seta

    Reply
  • 11. roulette sistemi  |  December 10, 2010 at 4:15 am

    Una buenna idea !

    Reply

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