On either side of the political fence

October 29, 2007 at 9:30 am 8 comments

Facciamo che ci capiamo e io vi racconto un aneddoto che definisce il mio rapporto con la politica negli anni ’80.
È il 1989, siamo al mare (Lignano Sabbiadoro, vent’anni di vacanze a Lignano Sabbiadoro, sempre nello stesso complesso residenziale, quasi sempre a Villa Letizia). Mia madre, eccitatissima: “Stanno per tirare giù il muro di Berlino.”
Io: “Embè?”
Mia madre si incazza.

Ora che sono passati un po’ di anni posso dirlo: mamma, ma che volevi da me? Avete votato per la DC finché c’è stata la DC, perché (parole testuali di mio padre) “Meglio non uscire dal seminato”. A casa non si vedeva mai un telegiornale, non si leggeva mai un quotidiano, non si parlava mai dei problemi del mondo, a meno che “Pensa ai bambini poveri dell’Africa” quando non finivo quello che avevo nel piatto non si possa considerare “parlare dei problemi del mondo”. Eravate gente tranquilla, che lavorava, come i genitori del ragazzo della via Gluck. La politica era una cosa che non ci riguardava, qualcosa di cui si occupavano Craxi e Andreotti e De Michelis e Spadolini, tutta gente che sapeva quello che stava facendo. No?

Non c’era politica, nel nostro mondo. E per “nostro” intendo il mondo in cui siamo cresciuti noi adolescenti della provincia friulana. Non capivamo i motivi degli scioperi e della manifestazioni, non venivamo educati a leggere i giornali, destra e sinistra erano qualcosa che apparteneva ai libri di storia. Nella mia scuola non c’erano movimenti politici significativi, se si eccettua una lievissima incidenza di mod dalle inclinazioni scioccamente fasciste (compagno di classe che preferisco non nominare, una sera in gita: “Vedi, è semplice. Al mondo siamo in troppi. Per cui è giusto che gli africani muoiano di fame, no? Così il mondo non si sovrappopola.”) che però non si costituiscono in movimento, preferendo di gran lunga pavoneggiarsi sulle Lambretta e affermare che “smart dress only”, come se gliel’avessimo chiesto e ce ne fregasse qualcosa.
C’è molto di oscuro, nella Pordenone degli anni ’80. Una mia compagna di banco occasionale, una delle tante pause di riflessione che Giorgia e io ci prendevamo nel tentativo di separarci, viene spesso a scuola con ferite addosso, occhi neri, dolori in parti innominabili. Durante le ore di lezione, mette un quaderno fra di noi e scrive.
Cosa ti sei fatta all’occhio?
Sono stata a un raduno di skin.
Ma ti hanno picchiata?
Sì. C’è stata una rissa, in due mi tenevano ferma e uno mi ha dato una testata.
Ma che ci vai a fare, con questa gente?

“Mi piace l’idea, degli skin” dice lei, toccandosi la testa e strizzando leggermente gli occhi, anche quello pesto.
L’idea. Non so cosa sia, “l’idea” degli skin. E sono confusa, e preoccupata, e intenerita da questa compagna di banco che cerca compagnia e appartenenza fra gente violenta, e conforto nelle confidenze con me, il lunedì mattina, quando torna dai raduni. Non so chi siano, questi skin. Ogni tanto li vedo, certo, so come sono fatti, e non mi piacciono: e sicuramente i racconti di Francesca non mi rassicurano nei loro confronti.
Dopo pochi mesi, lei scompare da scuola. La rivedrò solo anni dopo, dietro il bancone del guardaroba del Velvet. Lei non mi riconosce.


È un mio limite, me ne rendo conto. Il mio desiderio di fuga dalla realtà mi rendeva impossibile appassionarmi alle notizie del telegiornale, e del resto, senza una formazione politica, era difficile capirci qualcosa. I partiti erano tanti, i politici anche di più. La cosa più vicina a un politico che conosco è mio nonno, tesserato Psdi e, per un periodo, vicesindaco del suo piccolo paese di montagna. Mio nonno, il rigoroso, l’ordinato, che in casa si è fatto costruire uno studio che è una specie di sancta sanctorum in cui non si può entrare senza il suo specifico permesso (e dove in realtà mi infilo appena posso, in cerca di matite, gomme e carta) non è adatto alla vita politica, e infatti si dimette o forse fa scadere il mandato, non capisco bene.
Nella mia famiglia ci si piega, da generazioni, al vento che soffia. Sotto il fascismo, mia nonna era una Piccola Italiana, i suoi fratelli Figli della Lupa. In una foto degli anni ’30, quando sono ancora solo in cinque e manca l’ultimogenito Benito (che ora vive in America e si fa chiamare Ben), il terzultimo, Giovanni Battista (ora John), indossa un piccolo fez. Certo, durante le guerre hanno rischiato, sono gente di frontiera. I tedeschi hanno messo al muro della gente, nel loro paese. Ci sono storie che non conosco bene. La casa della mia bisnonna è stata quartier generale dei nazisti: in un cassetto della cucina giaceva ancora un cucchiaio con l’insegna del Reich, l’aquila che sormonta la svastica. Era un cucchiaio pesante, profondo, che nessuno usava mai per mangiare perché era scomodo. E’ scomparso alla morte della mia bisnonna, quando i suoi averi sono stati spartiti. A mio nonno, invece, un cecchino ha sparato alle gambe: stava morendo dissanguato, si è salvato per miracolo.

Vengo da qui, da questa rassegnazione così italiana, così contadina, all’inevitabile. Nella mia famiglia manca una coscienza politica, si bada alla sopravvivenza, agli affetti. Il mondo è qualcosa di remoto, e le sue sorti affidate al caso o a Dio (quello cattolico di mia nonna o quello protestante di sua madre, non fa differenza). È così che attraversiamo gli anni di Carter e quelli di Reagan, il thatcherismo e il Pentapartito: senza capire, senza tentare di capire, fiduciosi nel fatto che nulla di male potrà succederci se facciamo le scelte giuste, lavoriamo onestamente, andiamo a scuola, siamo rispettosi delle autorità e della legge.
I miei genitori, in particolare, sono fissati con la faccenda dello studio, perché loro non hanno potuto o voluto studiare. Sono agghiacciati dall’idea che io possa distrarmi da quella che dovrebbe essere la mia occupazione principale, e pertanto mi proibiscono di fare sport, di studiare musica, di portare avanti qualsiasi attività extrascolastica all’infuori di qualche corso di nuoto “per la schiena”. Solo l’attività scout sembra degna di considerazione, perché sorvegliata e, di fatto, utile. Si sa mai che possano servire, tutte queste competenze nel campo della sopravvivenza.
Sembra un discorso che non c’entra, e invece c’entra. Negli anni ’80, due lavoratori statali hanno aspirazioni alte per la propria prole, specialmente se la prole in questione ha dato qualche segno di vivacità intellettuale. A me piace disegnare, sono svelta ad imparare le lingue, leggo molto. Finirò al Liceo Classico, controvoglia, perché l’offerta formativa in termini di scuole pubbliche è limitata: non c’è un Liceo Linguistico, e la Scuola d’Arte è considerata una perdita di tempo. I miei genitori vogliono che io abbia una solida formazione di base, perché poi si capisce che andrò all’università, e avrò una vita migliore e più prospera della loro. E anche se non dovessi proseguire gli studi, la maturità classica mi permette di cercare un impiego dignitoso in banca o alle Poste.
Non potevano sapere.
In famiglia sono la prima laureata. Per le generazioni prima della mia, l’istruzione universitaria era un privilegio che dava dei frutti: e la mia laurea – prestigiosa, specialistica, conquistata a fatica da pochi valorosi – era un passaporto per il benessere.
Non potevano sapere. Nemmeno io potevo sapere. Se avessimo saputo, tutti, forse avremmo fatto scelte diverse, meno deterministiche, più libere e sentimentali, dettate dall’istinto piuttosto che dall’esigenza di rispettare un saggio piano quinquennale. E forse non sarei qui a picchiare sui tasti per passare il tempo, e scrollarmi di dosso la frustrazione.

Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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I don’t like Mondays (part four) On either side of the political fence (part II)

8 Comments Add your own

  • 1. mary  |  October 29, 2007 at 12:54 pm

    Bellissimo!
    Di solito, amo poco qualunque cosa a puntate, eppure sono qua, ogni volta, in paziente attesa del pezzo successivo.

    Reply
  • 2. silva  |  October 29, 2007 at 12:57 pm

    anche io, origini contadine. anche io, laurea sudata e fortemente voluta dai genitori come futuro benessere. anche io, fregata – o frustrata. anche.

    Reply
  • 3. punwithgun  |  October 29, 2007 at 2:50 pm

    Io sono figlio di professori. Anche loro rispettosi delle leggi e di tutto il resto.
    Per me la laurea e’ stata “Il minimo dell’obbligo tuo”.
    Sono anch’io qui: fregato, frustrato, precario, con un inutile PhD in fisica sul groppone.
    Cambia poco, tutto sommato…;-)
    In Italia la cultura e’ un handicap…

    Reply
  • 4. Anita  |  October 29, 2007 at 5:06 pm

    È incredibile… ogni giorno spero che tu abbia scritto qualcosa di nuovo, per poterla leggere…
    Io mi sono appena iscritta ad una facoltà che mi porterà dritta dritta verso la disoccupazione (almeno in Italia), ma almeno è quello che ho sempre sognato di fare…
    Mi riconosco spesso in quello che scrivi… Per me crescere è stato uguale, anche se è successo negli anni novanta e in una grande città!
    Complimenti, e buona fortuna!

    Reply
  • 5. Michi  |  October 30, 2007 at 9:19 am

    questo viaggio nel passato attraverso i tuoi occhi si sta rivelando più doloroso del previsto da leggere…

    Reply
  • 6. Giulia  |  October 30, 2007 at 9:21 am

    Tenete duro: la settimana prossima finisce la politica, poi o è sesso o è musica. In entrambi i casi, si ride 😀

    Reply
  • 7. R:ob Grassilli  |  October 30, 2007 at 3:24 pm

    a me piace il tuo sguardo, leggo con molto interesse la tua angolazione. Considerato che la Signora Mia Moglie Lia è cresciuta proprio a Pordenone fino ai 14 anni, che corrispondono più o meno alla fine degli anni ’80…

    Reply
  • 8. maurarock  |  November 8, 2007 at 2:33 pm

    grandissima giulia!

    ciao

    mia

    Reply

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