On either side of the political fence (part II)

November 5, 2007 at 9:00 am 7 comments

Sisters are doin’ it for themselves

Nel discorso “politica” va fatto rientrare anche il discorso “femminismo”, che mi riguarda da vicino. Ho sedici anni, quando decido che la Festa della Donna a base di mimose e auguri ipocriti è una cialtronata.
“Mamma, perché mi devono festeggiare una volta l’anno? Non mi sto estinguendo, non sono un panda.”
Mia madre è d’accordo con me. Guadagna più di mio padre, è più qualificata, eppure il capofamiglia risulta essere lui. C’è un principio di ineguaglianza che dà per scontata la preminenza del padre e marito sulla madre e moglie. Portiamo il cognome paterno, mica quello materno. Mia madre non ne fa una gran questione di principio – dopotutto, lei usa il cognome da nubile – ma conferma i miei dubbi: perché?
Sarà che sono brutta, e come molte brutte non ho mai goduto dei benefici dello sguardo maschile. Ho imparato a fare da sola, non vado a caccia di approvazione dai ragazzi: sono convinta che non me la daranno, e quindi è inutile chiederla. Troppo fragile per dare battaglia, mi isolo e imparo a vivere nelle mie fantasie di fuga. Fino ai vent’anni, non mi si vedrà mai in giro senza walkman nelle orecchie. Cammino e penso ad altro. Mi figuro altrove. La musica aiuta.
Ci vorrà più di un decennio, prima che io riesca a mettere il nome “femminismo” sul mio desiderio di essere considerata pari ad un uomo. Negli anni ’80, il femminismo italiano si è chetato. Le battaglie più sanguinose sono vinte, l’aborto e il divorzio sono realtà. Le ragazze con gli zoccoloni e le gonne a fiori hanno deposto le armi e si sono calate, per la maggioranza, in una rassicurante maternità borghese. C’è ancora molto da fare, ma per lo meno ora i consultori funzionano, si può prendere la pillola e interrompere una gravidanza indesiderata in modo sicuro, e un matrimonio che non funziona non è più una condanna a vita. Né è più possibile per i mariti insoddisfatti telare a man salva, abbandonando moglie e prole al proprio destino: perché anche questo succede, nella famiglia monolitica cristiana e cattolica di cui va cianciando il nostro professore di religione.

Il funerale del femminismo italiano si celebra in televisione. Mentre in America Madonna e Cyndi Lauper festeggiano la liberazione della donna dallo stereotipo di moglie e madre, cantando il sesso, la masturbazione, il divertimento e l’indipendenza, in Italia va in onda Viva le donne, condotto da Andrea Giordana e Amanda Lear, in cui graziose sgallettate si affrontano in prove pratiche; Drive In, sappiamo; la valletta si consolida come figura accessoria al conduttore. In quegli anni, le donne italiane imparano che un bel sorriso e una soffice snellezza sono le doti che più la renderanno gradita a un potenziale marito. L’intelligenza, la cultura e il talento non sono requisiti fondamentali. Per le brutte, c’è sempre l’opzione “facce ride”, con Anna Mazzamauro a guidare la carica.
Eppure siamo sempre più acculturate, andiamo all’università, ci prepariamo (invano, scopriremo poi) ad essere classe dirigente. Siamo la metà trascurabile della società, non possiamo dare il nostro cognome ai figli se ne sposiamo il padre, guadagniamo meno dei nostri colleghi maschi, se ci assentiamo per fare figli veniamo demansionate al rientro. Eppure, paradossalmente, le cose per noi sono ancora più semplici di quanto lo saranno vent’anni dopo. Abbiamo ancora contratti di assunzione, maternità, ferie pagate. Possiamo ancora sognare un futuro, provare a costruirlo. Possono, in realtà. Loro, le nostre sorelle maggiori; ché noi, quelle che negli anni ’80 hanno dodici, tredici, quattordici anni, ancora non sappiamo quanto ci verrà tolto in nome del libero mercato.


Violence, religion, injustice, death

A proposito di religione, è proprio negli anni ’80 che la canonica ora di insegnamento della religione cattolica diventa facoltativa. Io continuo a frequentarla, più per un senso di vergogna all’idea di distinguermi in qualche modo che per reale interesse, cercando di mantenere lo spirito critico in faccia agli abusi.
In classe ci viene presentato un filmato sull’aborto, la cui protagonista – adolescente – deve decidere se portare avanti una gravidanza o interromperla. Il medico con cui si confronta le mostra le immagini di un’interruzione compiuta, con ogni probabilità, oltre il terzo trimestre di legge. Un feto già formato, con braccini e gambine e occhietti, orrendamente smembrato per venire incontro all’egoismo di una donna che prima ha voluto la sessualità libera, e poi non ne sa affrontare le conseguenze. Il filmato si conclude con una liberatoria decisione della ragazzina di accettare la gravidanza, con tanto di abbracci ai genitori e al medico. Cala il sipario sui probabili successivi anni di ostracismo, difficoltà a proseguire gli studi, scarse relazioni sociali (tutte le sue amiche vanno in discoteca, si fidanzano, giocano, e lei allatta), impieghi non qualificati e rimpianto. In fondo, la vita ha trionfato.
Questo filmato truculento, ovviamente, tiene conto solo delle ragioni di una parte. Che guardacaso è la parte responsabile della proiezione. Il problema degli aborti clandestini non viene menzionato, né lo è l’eventualità che la gravidanza sia frutto di uno stupro o di un incesto, o che la donna sia una prostituta che, con ogni probabilità, verrà fatta abortire a calci dai suoi sfruttatori. Le variabili sono parecchie, senza nemmeno entrare nel territorio della scelta personale. Al di là di quello che se ne può pensare, il filmato non è informazione, è propaganda. È quanto di più vicino al terrorismo psicologico mi capiterà di sperimentare in quegli anni, ed è tutto grazie allo zelo di Santa Romana Chiesa.
Nessuno protesta. Tutti ci sorbiamo in silenzio le immagini del massacro, ognuno con il suo voltastomaco privato, ognuno diversamente impressionato.
Non ho idea di cosa gli altri abbiano fatto delle informazioni ricevute. Non ricordo che ne abbiamo parlato: usciamo da scuola, andiamo a casa, non so nemmeno se ne facciamo menzione con i nostri genitori.

Quando mi domandano perché ho perso la fede, che cosa è successo, dico sempre la stessa cosa. Che non riuscivo a riconciliare l’idea di fede che mi ero costruita – la fede in una divinità accogliente e benigna – con il ribrezzo che la Chiesa provava per i miei amici omosessuali. La realtà credo sia più complessa. Ha a che vedere con i ripetuti, ostinati attacchi della Chiesa alla mia serenità, con il suo tentativo costante di presentarmi il cammino della fede come un percorso di sofferenza, sensi di colpa, dolore e rinuncia. Non c’era gioia, nella fede che mi veniva presentata, né speranza. Non c’era conforto, non c’erano risposte convincenti, solo domande che cadevano nel vuoto, dogmi, regole, esclusioni, peccati di cui pentirsi. Ne avevo abbastanza per conto mio. Non avevo bisogno dei servi di Dio per sentirmi inadeguata.

Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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On either side of the political fence Music non stop

7 Comments Add your own

  • 1. capobecchino  |  November 5, 2007 at 12:21 pm

    Mi dispiace del tuo cammino e delle esperienze negative … credo in tutto ciò che hai detto riguardo alla femminilità della donna e della sua “indipendenza” e dell’essere bigotti che siamo …

    Non credo a ciò che dici della chiesa … 🙂 o almeno non in parte … 😉

    Ti credo quando dici che si ostinano a propinarci cose “non vere” o almeno “non condivisibili” e che continuano ad attaccare “realtà” che sono intorno a noi e che quindi invece di abituarci o educarci a vivere con esse ci ostacolano.

    Non credo invece nel non trovare “una speranza” … sarà perchè ho passato gran parte della mia piccola vita (30 anni) con i bimbi in azione cattolica … e ti posso assicurare che la speranza la vedi … 😉

    In ogni caso non pensare mai che sei brutta e che quindi non ti guardano per questo oppure nn riesci ad uscire dalla massa perchè non sei “notabile” … tutti siamo speciali 😉 e dobbiamo costruirci da soli il nostro farci notare 🙂

    Reply
  • 2. Giuliana  |  November 5, 2007 at 1:10 pm

    Io condivido praticamente tutto, incluso il discorso sulla Chiesa, che nonostante gli anni trascorsi in mezzo ai ragazzi dell’oratorio è valido soprattutto per tutte le domande che non hanno mai trovato una risposta chiara, o almeno una motivazione che spiegasse soprattutto perché Dio pretendeva da qualcuno la sopportazione della sofferenza in Terra a fronte della promessa del regno dei cieli. Non sarebbe stato più semplice garantire la serenità terrena a chiunque? Perché un essere umano che viene al mondo senza nemmeno poterlo chiedere dovrebbe anche sopportare dolore, malattia, sofferenza, morte prima di poter aspirare al Paradiso?
    Ma anche ammettendo che tutto questo fosse una semplice questione di fede (perché era la risposta migliore ai dubbi degli adolescenti… ‘è una questione di fede’, ‘non puoi disegnarti la religionre cristiana come vuoi’, e cose simili… Inclusa quell’idiozia per cui i dogmi vanno accettati NONOSTANTE siano successivi di secoli all’insegnamento di Cristo e voluti da una Chiesa che ormai era completamente legata al potere terreno… Bah. Reminescenze di storia medievale), a disgustarmi sul serio all’alba de 22-23 anni, epoca in cui ho deciso in modo cosciente di non mettere più piede in una chiesa per seguire le celebrazioni, è stata l’ipocrisia autentica dei cattolici che predicavano tanto sulla pelle altrui ma appena venivano toccati da qualche problema si rinchuidevano a riccio, dimenticandosi completamente della carità cristiana.
    capitò dopo l’11 settembre, quando sul sagrato ferventi laici sparavano a zero sui musulmani auspicando la guerra santa… O capitava di continuo davanti ai discorsi (imbarazzanti, soprattutto per le risposte che ricevevamo…) sulla sessualità. E’ capitato persino, un paio di anni fa, una ragazza di 18 anni indignata con il prete che sapeva di avere un ragazzo drogato tra i suoi ma non si voleva prendere la responsabilità di avvertire gli assistenti sociali, considerando l’assenza dei genitori. Se i genitori sapevano, il problema non era più suo. Sia fatta la volontà di Dio. Amen.
    Sull’omosessualità non mi esprimo. Avendo parenti stretti gay, per non parlare dei miei amici, non ero propriamente entusiasta all’idea di non ritrovarli nello stesso luogo dove forse sarei potuta finire io seguendo la via per la vita eterna…
    Cose tristi. Che non sono ancora finite…

    Reply
  • 3. capobecchino  |  November 5, 2007 at 1:30 pm

    [quote]è stata l’ipocrisia autentica dei cattolici che predicavano tanto sulla pelle altrui ma appena venivano toccati da qualche problema si rinchuidevano a riccio[/quote]

    Hai perfettamente ragione su questo … ma vedi forse sono io che la vedo in modo diverso … nel senso che non sto ad ascoltare “gli altri” e quindi notare la loro ipocrisia per poter vivere la “mia fede” .. ma semplicemente vivo la mia fede 😉

    Reply
  • 4. Giulia  |  November 5, 2007 at 3:18 pm

    capobecchino: non entro nemmeno nei tuoi argomenti, voglio solo precisare che quanto racconto risale a vent’anni fa.
    Tutto è circostanziato ad allora: adesso sono più grande, e certe cose, semplicemente, sono passate.
    Se sono riuscita a rievocare con efficacia come mi sentivo al punto di farlo sembrare attuale, allora la mia missione è compiuta.

    Reply
  • 5. capobecchino  |  November 5, 2007 at 3:36 pm

    @giulia .. guarda che non volevo fare nessun processo 🙂 sembri una persona intelligente che sa mettersi in gioco e parlare tranquillamente di ogni cosa … ma sopratutto delle sue sensazioni / vita vissuta 🙂 tutto qui 😉

    Reply
  • 6. khadi  |  November 5, 2007 at 9:23 pm

    Tematiche analoghe da cui personalmente traggo conclusioni completamente differenti, ma complementari.
    Gli argomenti contro i quali ci accaniamo – a volte in maniera completamente antitetica – noi muslimine d’Italia ci sono tutti: divorzio, aborto, parità, omosessualità, chiesa, femminismo e anni 80 pure.
    Ora, però, è inutile mettersi a fare distinguo astratti, attaccando il post in tutte le parti in cui si discosta dall’ottica islamica (quindi da cima a fondo, direi!!). Mi piace invece rifletterci su e meditare su un certo sentire comune, attraverso il quale anch’io, a sedici anni (1986), meravigliosamente, rifiutai la chiesa, le mimose, le pasque, la compagnia dei figli di papa’ e pure un sacco di altre cose.
    Ci penso un po’ su e, se mi viene, butto giù due righe… che non fa mai male.
    A presto. K.

    Reply
  • 7. maurarock  |  November 8, 2007 at 2:48 pm

    io Credo, in me. 🙂

    ciao giulia

    Reply

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