Music non stop (part II)

November 27, 2007 at 5:56 pm 6 comments

C30, C60, C90
Fedele alla mia tradizione di essere sempre quel mezzo centimetro fuori dalla norma, non abbastanza da essere pionieristica ma abbastanza da perdermi l’abbrivio dei grandi fenomeni di massa, a me piacevano gli a-ha. I Duran Duran li avevo mancati: quando arrivo sulla scena del crimine, sono già quasi al primo dei loro innumerevoli capolinea. Il fenomeno è esploso e si è sgonfiato. Esce A View to a Kill, un pezzone anche adesso, a distanza di anni, nel suo ricalcare la solita formula del tema bondiano, e poi quel video sulla Tour Eiffel, in cui non si capisce cosa ci stiano a fare, ma è divertente. Gli a-ha sono la vera meraviglia pop del momento: ‘sti norvegesoni belli da morire, con quei maglioni da norvegesi, i video animati così romantici. E anche musicalmente hanno una certa ambizione, arrangiamenti di archi, un album d’esordio che compro e ascolto, ascolto, ascolto, terrorizzata dalla fragilità della cassetta, che in ogni momento può impigliarsi nelle testine, e quindi ogni ascolto potrebbe essere l’ultimo.

La cassetta è il supporto eighties per eccellenza, la compagna inseparabile del ghettoblaster. Il disco in vinile costa troppo, è appannaggio dei ricchi; la cassetta, piccola, umile, precaria, pronta a smagnetizzarsi, a deformarsi in un vano portaoggetti, a frantumarsi cadendo, a sbudellarsi lasciandosi dietro un groviglio di interiora nere.
Sulle cassettine vergini – accuratamente riavvolte di due o tre giri con l’ausilio di una matita o una Bic, per evitare di iniziare la registrazione sulla parte non magnetizzata – componevamo le compilation da regalare agli amici, da suonare alle feste di compleanno o di Capodanno, oppure registravamo canzoni dalla radio, quando non potevamo comprare gli originali.
Originale era l’album dei Denovo, Così fan tutti, unica mia concessione di quegli anni ottanta alla musica italiana: non ascoltavo Vasco, Ligabue non mi è mai piaciuto e comunque la sua esplosione è posteriore, e non conoscevo l’underground anche se ci vivevo proprio accanto. Però i Denovo mi piacevano moltissimo, o almeno, mi piaceva quell’album: così strano, così fuori dai soliti schemi sanremesi. Così vivo e straniero e pieno di immaginazione.
Originale era anche la cassetta di The People Who Grinned Themselves to Death, degli Housemartins. Ché se si parla di amori, e amori folli, forse questo disco è uno dei primi che ho acquistato non per il valore iconico del gruppo, ma per quello effettivo delle canzoni. Che so ancora tutte a memoria, a distanza di vent’anni dall’uscita.
Il pop politicizzato e feroce degli Housemartins (“Don’t gatecrash a party full of bankers. Burn the house down! Take Jesus, take Marx, take hope” si legge sulla busta che contiene London 0 Hull 4, il loro primo album; comprato durante una gita scolastica a Siena, insieme a Raising Hell dei Run DMC) è un efficace sostituto degli Smiths. Che forse, se li avessi ascoltati a un’età impressionabile, avrebbero peggiorato la situazione. Saltellare di qua e di là senza capire del tutto il senso di Me and the Farmer o Happy Hour (“It’s another night out with the boss/following in footsteps overgrown with moss/and he tells me that women grow on trees/and if you catch them right they will land upon their knees”) è una salvezza, è un divertimento, è uno dei pochi tesori che mi porto via da quegli anni terribili, in cui mi sembra di non imparare nulla, di non andare da nessuna parte.

Let’s dance!
Le feste in casa, per noi che non abbiamo il permesso di andare in discoteca né il sabato sera né la domenica pomeriggio, sono l’unico modo per stabilire un contatto non scolastico o scoutistico con l’altro sesso.
Ascoltiamo musica pop e balliamo i lenti. A tredici anni, il lento si balla con le braccia tese, lei mani sulle spalle di lui, lui mani sulla vita di lei, e basculando, destra, sinistra, destra, sinistra, lieve movimento rotatorio, scioltezza da rigor mortis, conversazione nervosissima, poi arriva quello con la scopa e ti libera, nel bene e nel male. Capita che, una volta ricevuta la scopa, io mi sieda e aspetti che la canzone finisca: tutto, meno che andare a sciogliere una coppia e beccarmi lo sguardo infastidito di lui, costretto dalle regole del gioco a specchiarsi nei miei immensi occhiali.

Alla fine eravamo sempre gli stessi. Aranciata e Coca-Cola sul tavolo e un registratore a cassette in cui far andare Mixage. Ogni tanto capitava di scoprire un giro di gente nuova: come quell’estate in cui andavo a giocare da Debora, che abitava dritto davanti casa mia dall’altra parte di un campo seminato a rotazione, soia, granturco o segale. “Giocare”, ho detto: avevo forse quattordici o quindici anni. Non ricordo a cosa giocassimo, so che ci divertivamo un mondo, ed era sempre meglio che vegetare al Bar Sport di cui qualche capitolo fa.
A un certo punto, Debora decide di dare una festa. Invita gente che viene da fuori, da Fiume Veneto, tipo le Colonne d’Ercole del mondo di chi gira solo in bicicletta. C’è questo Massimo, alto alto, più alto di me (che a quell’età ero quasi della mia statura definitiva). Ci sono io, con indosso una gonna a balze in denim chiaro, fuseaux di lycra verde rana e una fascetta gialla in fronte. Praticamente un incrocio fra Bjorn Borg, il Signore della Danza e una residente di un campo nomadi. E ancora vi giuro che negli anni ’80 il mio era un aspetto quasi normale. Ho detto “quasi”!
Insomma, c’è questo Massimo alto che vuole ballare con me. O forse io voglio ballare con lui e lui non oppone resistenza. Qualcuno mette Save a Prayer. Io, braccia tese. Tachicardia. Lui non dice niente, ma mi guarda in faccia, e sembra teso quanto me. Non perché voglia scappare. Save a Prayer è una canzone lunga. Lui la balla tutta. Non cerca scuse come Davide quella volta a quella festa di Carnevale, che io avevo un costume bellissimo da maschera veneziana (deturpato, ovviamente, dai soliti occhiali) e gli avevo chiesto di ballare perché pensavo di essere in un film di John Hughes e non a Casarsa della Delizia, e lui dopo due passi mi fa “Scusa, ma io ballo solo robe fusion” e tela, e io rimango come una cretina e mi ci vogliono tutti i successivi vent’anni per capire che era una scusa, e anche una scusa idiota. Meno male che non era un lento, almeno. Che poi, cosa mi veniva in mente, di chiedere di ballare a Davide che piaceva a tutte e anche alle mie amiche? Forse perché a me non piaceva poi tanto, o non me lo facevo piacere perché era proprio fuori dalla mia portata.

(Poi mi rendo conto adesso che sto sovrapponendo due feste diverse. Quella a casa di Debora e quella a casa di Mariagrazia. E’ che non mi ricordo dove sia successo cosa: a tutte e due, per un momento brevissimo, ho avuto la sensazione di essere una ragazza normale.)

Poi c’è il periodo della lambada, che in Brasile forse è un ballo sexy, ma fatto da noi sembra la mazurka degli epilettici. Ho la cassettina dei Kaoma, gruppo praticamente inascoltabile con l’eccezione di quell’unico pezzo che suoniamo a ripetizione, a ogni festa, improvvisando sculettamenti scoordinati che dovrebbero ricordare il video, o forse la sigla di Emilio, ma siamo in una taverna a San Giovanni, fa freddo, non c’è la caipirinha, non ci sono le minigonne a ruota né le canottiere sui muscoli, fa freddo, lunedì si va a scuola, fra di noi non si limona perché siamo sempre gli stessi, fa freddo, viene buio presto, la lambada dopo sei mesi nessuno la balla più.

A me non era permesso andare in discoteca, dicevo: nel paesello la discoteca non c’era, in bicicletta non ci sarei mai arrivata e mio padre non mi ci avrebbe portata, perché la discoteca era luogo di perdizione. Ma diobono, papà, guardami che sono un cesso, ho l’antifurto incorporato! Niente. Ogni scarrafone, eccetera.
Finisce che la prima volta che vado in discoteca è con i miei compagni di classe, in gita. Andava di moda la musica house, e io, che non sapevo che in discoteca fa caldo e si suda, avevo addosso un golfino peloso grigio con dei fiori grandi, che mi aveva fatto mia madre ed era piuttosto bello, sempre in senso relativo. E insomma, a me piace da matti ballare, e sono lì in mezzo alla pista con i miei compagni che mi agito felice su You Gotta Keep on Reachin’, e poi perdo gli occhiali.
Così.
Mi cadono gli occhiali. In mezzo alla pista.
E io che non vedo niente, ma niente, a quattro zampe, nel panico, a tastare il pavimento fra piedi che rischiano di calpestarmi e le risate dei miei compagni.

Ancora non ne hai abbastanza? Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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Music non stop You play the guitar on the MTV

6 Comments Add your own

  • 1. » In drammatico ritardo  |  November 28, 2007 at 1:56 pm

    […] puntate di Acceptable in the Eighties: passioni giovanili e passi di danza. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback direttamente dal tuo sito oppure […]

    Reply
  • 2. Valeria  |  November 28, 2007 at 6:08 pm

    Questo è un film giulia:))
    fossi in te certe chicche le spedirei a qualche regista

    Reply
  • 3. Si parla di anni ottanta « …a casa di Isa  |  November 29, 2007 at 7:01 am

    […] averne nostalgia; c’è tutto: l’abbigliamento, le acconciature, la musica, la politica, le cassette! Sembra ieri, eppure, a rileggere questi struggenti amarcord, ci si rivede in super […]

    Reply
  • 4. Chicca  |  November 29, 2007 at 10:10 am

    Ciao! Arrivo qua dal blog di Isadora..e non me ne andro’ mai piu’! Io gli anni 80 li ho vissuti da bambina ma li ricordo perfettamente, anche grazie ad una zia di soli 9 anni piu’ grande di me, che invece gli anni 80 li ha vissuti da adolescente..e che mi aveva regalato un bellissimo poster di Morten Harket, il primo poster che a 8 anni ho appeso nel mio armadio..bei ricordi..un bacio!!

    Reply
  • 5. JayDB  |  November 29, 2007 at 1:06 pm

    Ah, gli a-ha! I ‘”norvegesoni belli da morire”!
    La cosa buffa è che, su tre, due erano veramente stra-fighi mentre il terzo era uno sfigatino inguardabile che si chiamava pure Pal, come il cibo per cani della pubblicità famosa in quegli stessi anni.

    E.. se siamo coetanee come hai fatto tu ad arrivare in ritardo sui Duran? 😉
    Di “A View to a Kill” io ho sempre creduto che la Tour Eiffel c’entrasse per via del film: era infatti la colonna sonora di uno 007 (quello con Grace Jones, mi pare). Ma non ricordando il film non posso certo giurarlo…

    Reply
  • 6. seralf  |  December 3, 2007 at 11:33 am

    Denovo e HouseMartins! avevo una adorazione per gli uni e gli altri (triste constatare che roba sia finito a far con i suoi muscoli panunti Mario Venuti, forse avrebbe dovuto dedicarsi un po’ meno alla palestra, eppure i primi da solo non erano male, e pure Fatboy Slim alla lunga mi ha scocciato, lo preferivo “a cappella”, ti ricordi “carovan of love”? 🙂

    Però tu bari: sostenevi di venire dal punk, tzè. eheheh
    Gli ha-ha avrebbero potuto produrre gran belle cose, ma che fine hanno fatto? “hunting high and low” sembrava voler mirare a mete più impegnative, poi puf puff piano piano sò spariti

    La descrizione della festa (o feste) mi ha ricordato di quella volta a 12-13 anni che io ed un mio caro amico ci trovammo ad essere gli unici maschi in mezzo a una ventina di fanciulle fissate con i lenti eheheh. All’epoca ero timidissimo e l’idea di lasciarmi usare tipo manichino per farle ballare mi turbava: inutile dirti che ancora mi mordo le mani, dopo aver raggiunto almeno parzialmente l’età della ragione, e dopo aver realizzato che la tizia che mi rompeva le satole in particolare due anni dopo “sbocciò” diventando una ragazza oggettivemente bella. Inutile dire che quando la incontro mi saluta ancora con un sorriso di magnanima commiserazione eheheheh.

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