You play the guitar on the MTV

December 10, 2007 at 6:16 pm 5 comments

Siamo nati quando la televisione era ancora un rito collettivo, e man mano che crescevamo – e cresceva il numero di apparecchi televisivi per famiglia – l’abbiamo trasformata in un divertimento solitario. Quando sono venuta al mondo, c’erano solo Rai Uno e Rai Due. Rai Due neanche si chiamava Rai Due, ma Secondo Programma, e infatti si diceva “Metti sul secondo”, ci si alzava dal divano e si andava a premere il bottone.
La nostra adolescenza è l’adolescenza della televisione italiana, che scopre il sesso, la risata, la ribellione con le prime reti private nazionali, quelle di Fininvest-poi-Mediaset: Canale 5, Italia 1, Rete 4. Negli anni ’80, le televisioni locali ripetono Much Music e poi, molto più tardi, MTV Europe. È guardando queste emittenti, senza sottotitoli, andando a naso e a contesto, che imparo l’inglese a un livello superiore a quello richiesto dal biennio del Ginnasio, l’inglese con cui supero l’esame di ammissione a Scuola Interpreti.
Ma vabbè, questa è una storia di scarsa didattica compensata dalla passione e non c’entra. La televisione, dicevo.
Siamo cresciuti con troppa televisione a tutte le ore. I nostri potenziali compagni di vita si sono formati un’idea di femminilità basata sulle Cin Cin, le Fast Food, le Coccodè (che saranno state anche una satira, ma sempre femmine svestite erano), le Cacao Meravigliao (idem, con l’aggravante di essere delle brasiliane di conturbante imperfezione) e le Veline. I risultati di questo bombardamento di tette e culi si vedono adesso, in donne che si fingono sciocchine e bamboleggiano, manipolano furbesche, sbattono le ciglia, mostrano le cosce e si considerano esentate dalla necessità di realizzare il proprio potenziale umano.
Questo l’ho già detto, no?
Il fatto è che la televisione, come e più della musica, è parte del tessuto quotidiano della mia generazione. La prima a non farne uso, ma a subirla, passivamente: in mancanza di on demand, canali satellitari, internet, YouTube e 2.0, il massimo quello che possiamo fare in termini di partecipazione è stare seduti o sdraiati davanti all’apparecchio, e cercare di indovinare le risposte dei quiz condotti da Mike Bongiorno o dalla Carrà. Anche quelli in cui la fortuna è più importante della cultura generale o specialistica, tipo quello dei fagioli nel barattolo. Come si fa a sapere quanti fagioli ci sono nel barattolo? Ma a pensarci bene, senza Internet, come facevamo a sapere come si chiamava la nonna di Mary Patty? Adesso basterebbe Google. Allora, neanche l’elenco del telefono di Oristano ci sarebbe stato granché utile.


La televisione, cattiva maestra? Probabilmente no. Nessun programma è in sé diseducativo, se rimesso nella giusta prospettiva. Se i nostri padri e le nostre madri si fossero presi la briga di spiegarci che le Fast Food erano caricature della femminilità, e non la femminilità stessa, forse quel genere di vacuità sarebbe stata erotizzata molto meno. E allo stesso modo, in un paese che si allontanava dal boom economico, la promessa di ricchezza istantanea dei quiz a premi non veniva bilanciata da un’etica del lavoro. Anni ’80, signori. La DC, e poi i socialisti, e tutta quella bella gente che pasteggiava serena, protetta dalla connivenza di un paese che glorifica il furbo e punisce l’onesto.
In un paese dove il talento, il merito e la fatica si svalutano di giorno in giorno, è comprensibile che il geometra Filini sogni di azzeccare il numero dei fagioli nel barattolo, riscattandosi così dalle quotidiane umiliazioni ad opera del Megadirettore Naturale Cobram.
L’ho detto, che è stato un decennio di merda.
L’unica cosa che ancora riscatta gli anni ’80 è che i comici in televisione facevano ancora ridere. Perfino a Drive In, che a riguardarlo adesso – con quei figuranti in felpa Best Company che fanno finta di piegarsi in due dalle risate registrate, e il cammeo di Piersilvio – ci si domanda, ma veramente questa roba era divertente? Ecco, perfino a Drive In c’erano delle perle, c’era Faletti che faceva il testimone di Bagnacavallo, Vito Catozzo, Suor Daliso. C’erano Gaspare e Zuzzurro, che facevano la camminata del presuntuoso (“McEnroe, McEnroe” “No, il presuntuoso quando cammina fa Carmelo Bene, Carmelo Bene”), c’erano delle idee, come i finti film hollywoodiani che il sottopancia invitava a vedere togliendo il colore dall’apparecchio televisivo.
E c’erano Quelli della Notte, Indietro Tutta, Quo Vadiz, Avanzi. C’era Emilio, soprattutto. C’era di nuovo Faletti, nel ruolo indimenticabile di Franco Tamburino stilista dei divi, rivale della Ines regina della zeppa trampolata, servito dalla fedele Adalpina, proprietario di boutique ad Abbiategrasso Bellinzona New York, avvolto nell’immancabile foularda. All’epoca di omosessualità non si parlava, chi era omosessuale lo era senza dirlo, Renato Zero sventagliava le sue piume ma secondo l’OMS era ancora affetto da ego-distonia. Dietro le battute e i tic verbali di Franco Tamburino c’è la solitudine di un uomo di mezza età che invecchia da “zitello”, con la sola compagnia di una domestica un po’ rintronata. Mentre Valentino, lui sì ricco e appartenente al jet set, si può permettere una solida e discretissima relazione ultradecennale con il suo più stretto collaboratore. Immaginatevi, allora come ora, un analogo tentativo da parte del signor Brambilla macellaio di raggiungere la terza età con il compagno del suo cuore.
Vabbè.
Lasciamo perdere.

Guardiamo quello che ci è permesso guardare, almeno io, che alle sei e un quarto mi devo alzare per andare a scuola, e quindi mi perdo tutte le seconde serate. A casa mia si va poco anche al cinema, per via del fatto che il cinema è sotto il radar dei miei genitori e che comunque a Casarsa non c’è. Ce n’è uno a San Vito al Tagliamento, un cinema di seconda visione dove vedo Thelma & Louise con i miei amici, uscendone colma di malriposta tronfiaggine. Sai quando una non capisce che in quel finale suicida c’è la disperazione di generazioni di donne, messe in un angolo dalla vita e impossibilitate a trovare una soluzione. Thelma e Louise pagano tutto: la fuga, il sesso, il tentativo di difendersi, la ribellione alle umiliazioni subite. Pagano tutto senza sconti, e quando non hanno più nulla da dare in cambio della libertà, cedono la vita. I miei amici (tutti maschi) mi seguono fuori dal cinema con la coda fra le gambe.
Scemenza adolescenziale.
Insomma, tornando alla televisione, guardiamo quello che ci è permesso guardare: e fra queste cose che ci è permesso guardare ci sono le prime serie animate importate dal Giappone, e ovviamente i telefilm del pomeriggio. A-Team su tutti si stampa nella memoria: parte da un evento che a noi ragazzini italiani è ancora estraneo (la guerra in Vietnam) e si evolve in uno spettacolo caciarone a base di personaggi indimenticabili. L’ombra del conflitto aleggia nella follia di Murdock, l’elicotterista, impazzito forse sul campo di battaglia, chi lo sa. Non lo sappiamo. Non ci viene detto. Non ci interessa. A-Team fa ridere, propone un militarismo “buono”, furbo, che ripara alle ingiustizie, soccorre i bisognosi e non fa mai un morto.
Fa ridere molto anche Robin Williams nei panni di Mork, colpevole di aver istigato un’intera generazione a mettere alla prova il proprio coordinamento motorio unendo indice e medio e anulare e mignolo in una V, per poi salutare “Nano-nano”, come dei perfetti deficienti. Del resto, cantavamo sigle che dicevano “Mangia libri di cibernetica, insalate di matematica” e non ci sembrava affatto strano.
Di tutta la valanga di inutili serie televisive importate dagli Stati Uniti, non so se sia un caso che le due che ricordo meglio e ho amato di più siano state completamente rimosse dalla memoria collettiva. Una è I ragazzi del computer, in cui un nerd che era il fratello di Laura Ingalls in La casa nella prateria e i suoi amici risolvono dei piccoli misteri, aiutati dal computer del nerd, che si chiama RALF e parla, perché negli anni ’80 tutti i computer dei film e dei telefilm parlavano. Colpa di Kubrick, secondo me.
La seconda serie che ci piace parecchio è La banda dei sette. Che racconta di ‘sti sette tizi poco raccomandabili che fanno gli infiltrati per la polizia, roba che adesso non ci si farebbe mai una serie ma allora sembrava una cosa nuova e molto street. Ecco, fra questi sette manigoldi c’è Patrick Swayze, e per una volta mia sorella dimostra di avere più occhio di me, scegliendoselo come preferito. Del mio preferito, più nessuna traccia nella TV o nel cinema internazionali.

E poi ci sono i cartoni animati. Manca ancora del tempo prima che diventino un fenomeno culturale e impariamo a distinguere fra shojo e shonen anime. Ma le serie animate giapponesi sono con noi da sempre, dagli anni ’70, da Capitan Harlock e Galaxy Express 999, di Leiji Matsumoto, a Goldrake, Il Grande Mazinga e Mazinga Z. Che sono cose molto diverse: specialmente Galaxy Express 999, più vicina a Blade Runner che alla fantascienza tradizionale. Una serie tragica, cupa, lentissima sulla perdita, sulla morte e sul significato dell’essere umani.
Adesso, ai bambini fanno vedere Hamtaro.
Forse fanno bene. Noi siamo tutti un po’ disturbati.
Quintessenzialmente femmina, i miei eroi d’infanzia si chiamano Rémi, Peline, Conan, Heidi, Candy. Serie in cui lo sfondo è importante quanto la storia e i personaggi: la Francia ottocentesca di Rémi e Peline (non a caso figli dello stesso autore, l’Edmondo De Amicis di Francia, che fondeva i buoni sentimenti con l’osservazione delle condizioni drammatiche in cui versava il proletariato francese, costretto a vendersi i figli per non morire di fame), i paesaggi distopici di Conan, la Svizzera idilliaca contrapposta alla buia Germania di Heidi (anche lei ceduta con l’inganno, come dama di compagnia per una ragazzina paralitica, a una famiglia abbiente), l’alta società inglese e la Grande Guerra di Candy (che abbandona l’Inghilterra per l’America e il mestiere di infermiera, nella migliore tradizione dell’eroismo sacrificale femminile). Sfondo spesso romanticizzato, non del tutto accurato, che si prende grandi libertà con il materiale di partenza, e proprio per questo stimola la nostra fantasia, e ci infonde una certa dose di ottimismo. Dopotutto, se un paio di orfani spiantati riescono a sfangarla in un’epoca inospitale come il diciannovesimo secolo, se un’altra orfana può muoversi liberamente per il mondo e innamorarsi di un tenebroso giovane attore senza perdere un grammo del suo onore, se Clara può camminare e Conan sopravvivere a una catastrofe ecologica mondiale, anche per noi andrà tutto bene.
E poi c’è sempre l’amore.

(Continua…)

Ancora non ne hai abbastanza? Vedi tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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Music non stop (part II) You play the guitar on the MTV (part II)

5 Comments Add your own

  • 1. » Television, the drug of a nation  |  December 10, 2007 at 6:20 pm

    […] ma credo che sia una canzone degli anni ‘90 e quindi non vale. Su Acceptable in the Eighties, gli anni ‘80, la televisione e io. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback direttamente dal tuo sito oppure […]

    Reply
  • 2. lu  |  December 10, 2007 at 10:00 pm

    io mi chiedo sempre, se invece non sono pi# disturbata io che avevo leggi durissime e ristrettissime in televisione-tema, che i miei coetanei che a scuola parlavano tra di loro dei programmi-cartoni di cui io non avevo assolutamente idea…..
    il 99% delle cose di cui hai parlato non l´ho mai visto. l´1% infatti è heidi.
    tuttora molte cose di quella televisione mi sono oscure e mi sorprende come a volte il sentimento di estraneità permanga, come se fossi cresciuta-vissuta da tutt’altra parte.

    in realtà però, penso che farei lo stesso.

    Reply
  • 3. silva  |  December 15, 2007 at 9:19 am

    caspiterina, ma qui manca il mio idolo, lady oscar!

    Reply
  • 4. wild_honey  |  March 27, 2008 at 2:50 pm

    complimenti per la splendida analisi. io sono decisamente più piccola, ma la tv l’ho guardata da molto presto, e a cavallo fra gli 80 e i 90 erano tutte repliche delle cose che hai citato tu.
    inutile dire che quando accendo la tv oggi, raramente, e trovo cartoni in cui al massimo due si picchiano per il gusto di essere il più bravo a picchiare, ripenso a ken o ai cavalieri, che salvavano il mondo e parlavano aulico, e mi dico che noi siamo quelli fortunati.

    Reply
  • 5. Maria Sung  |  July 19, 2008 at 9:44 am

    Thelma e Louise è un film splendido: solo che non è un film femminista, ma un film sulla disperazione femminile, e sull’impossibilità di riuscire a cavarsela. Però il momento in cui la corsa si interrompe e arrivano al grand canyon, quello è un momento di grande cinema. Manco a dirlo, io l’ho visto al cinema con la mia zia femminista, che all’uscita del cinema storceva il naso dicendo “Liberazione non è spacco tutto”

    Reply

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