You play the guitar on the MTV (part II)

December 17, 2007 at 4:25 pm 12 comments

Cartoon boyfriend
L’idea di amore della mia generazione ha subito danni permanenti dalla visione di Candy Candy. Lo dico con grande serenità: se non riusciamo a rimanere in un rapporto per più dei canonici sei mesi ormonali, è colpa di Candy e delle rose e delle stelline che esplodono nell’aria quando bacia Terence per la prima volta. Il mio primo bacio è una faccenda bavosa e spiacevole, dato sui divanetti di un Capodanno last minute in un capannone industriale del sangiovannese. Niente stelline, rose o altre manifestazioni di sublime estasi dei sensi, ma del resto Tiziano non era il mio Vero Amore, non era nemmeno un amore, era solo uno un po’ sbronzo che passava di là. Potevo continuare a conservare intatta l’idea (per quanto sepolta) che il Vero Amore si sarebbe palesato sotto forma di allucinazioni visive floreali.
Sarebbero passati anni, non sarebbe mai successo.
L’idea nipponica di romanticismo, tuttavia, rimane con noi. Il fidanzato dei nostri sogni è carino, efebico, ha la frangetta, si strugge per noi e noi per lui. Lo struggimento – preferibilmente sotto la neve, se no che struggimento è – fa parte del sentimento: non riusciamo ad immaginare un amore che non implichi una qualche forma di mancanza, di attesa, di sofferenza. E in un certo senso, abbiamo anche ragione: però poi finisce che guardando Heroes troviamo attraente Peter Petrelli, e quello non può essere un bene. Da lì ad ascoltare i Fall Out Boy c’è veramente lo spazio di una giornata storta.
L’intensità con cui desidero un amore così è talmente forte da rendermi impossibile interagire normalmente con l’altro sesso. Il modello aspirazionale giapponese non combacia con la crudezza dei rapporti fra adolescenti nell’Italia degli anni ’80, e probabilmente nemmeno con la realtà in generale. È una tenera fantasia delle mangaka, che diventa la mia, la nostra tenera fantasia.


Negli anni ’80, complice la solitudine, sviluppo una sorta di bulimia da serie animate. Per ragazze, in prevalenza, anche se non ho mai visto fino in fondo certi classici delle serie sportive come Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Ma Il grande sogno di Maya, con la famosa scena di Maya che vince l’audizione per interpretare Helen Keller a teatro rimanendo perfettamente immobile durante un allarme antincendio? Check. Hilary, la serie che per cinque minuti mi ha fatto sognare di essere una ginnasta, a dispetto di arti spropositatamente lunghi e tendini poco elastici? Vista. Prendi il mondo e vai, che in originale si chiama Touch ed è un’osservazione profonda, intelligente ed elegiaca sul problema dell’identità, del valore personale e dell’elaborazione del lutto? Accidenti, sì. Lovely Sara, tratto da A Little Princess, un libro che ho amato profondamente? Non era niente male. Le prime due serie di Holly e Benji? Diciamo che se conosco le regole del calcio non è perché guardassi La Domenica Sportiva.
Poi c’era la mia grande malattia, Robotech. Veniva trasmessa in due lingue, italiano e inglese, su Italia 7. Scopro più tardi che si tratta di un collage di tre serie separate, con relativo massacro della trama e dei personaggi, che vengono imparentati fra loro a forza. Irrilevante per me, che mi immergo quotidianamente in quest’orgia di donne, cavalier, armi e amori, intrepidi piloti ed efficienti comandanti donna, fragili cantanti pop e imitatori drag queen delle suddette. Troppo tardi, il danno è fatto e il mio destino è segnato. Non riuscirò più ad uscire di casa fino alla fine della serie.

No, letteralmente, dico.

Lui, con gli occhi blue jeans…

Questa volta ho ceduto, niente titolo preso da canzone degli anni ’80 (del resto, neanche quella precedente lo è: Cartoon Boyfriend è del 1990, ma ditemi dove ne trovavo una migliore per dire quello che dovevo dire!) È che I ragazzi della III C è una cosa talmente italiana da non tollerare la ridefinizione a mezzo canzone pop altrui.
E poi, voglio dire: “Bronski Beat, faccio tilt, sembra un po’ Cabrini…”
Chi è l’autore di questo verso?
Lo voglio in nomination al Nobel per la letteratura.
I ragazzi della III C, lo dico senza timore di esagerare, completa l’opera di Verdone nella popolarizzazione dell’italico burinismo, e fornisce contemporaneamente un compendio sintetico ma efficace della volgarità dei nouveau riches di estrazione meneghina, così mirabilmente illustrata in classici del cinema come Vacanze di Natale.
Oltre a cercare di spacciare gente come Fabio Ferrari e Renato Cestiè per adolescenti, tentativo peraltro fallito su tutta la linea: ma I ragazzi della III C si guardava principalmente per la famiglia Sacchi, all’epoca tenera caricatura dell’italianità più corriva e ora punto di riferimento intellettuale di ogni produzione televisiva. Spartaco e Amalia, elevati da bersagli a modelli: sic transit gloria mundi, tirandosi dietro il livello della cultura nazionale.
Strettamente parlando, I ragazzi della III C è una spanna sopra qualsiasi altra produzione tricolore di quegli anni, e chi ha visto (anche solo di striscio) College o Classe di ferro non potrà che darmi ragione. Classe di ferro, a dire la verità, aveva i suoi momenti: specificamente, ogni volta che entrava in campo il personaggio del meccanico balbuziente che faceva funzionare qualsiasi cosa (anche se nel rimontarlo ne avanzava sempre un pezzo), deciso a firmare per proseguire la carriera nell’esercito perché sprovvisto di mezzi per aprirsi un’officina; ma anche Pappalardo nei panni del sergente veneto era impagabile. I ragazzi della III C, tuttavia, ha lasciato una traccia nella cultura pop che altre serie (inclusa l’orrenda I ragazzi del muretto, di qualche anno dopo, protagonista un’altra infornata di adolescenti trenta-quarantenni, per giunta antipaticissimi) non sono state in grado di imprimere. Bastano i nomi per ricordare i volti: Elias, Tisini, Daniele, Rossella, Chicco, Massimo, Bruno, Sharon. Ognuno un carattere, del tutto bi-dimensionale, funzionale al meccanismo della trama. Ognuno un ruolo: quasi tutte le ragazze spalla o vittima della battuta, quasi tutti i ragazzi comici o battutisti. Una serie invecchiata male, inguardabile già dalla seconda stagione, con trame ben oltre il limite del ridicolo. Ma non c’era puntata che non aspettassimo con ansia, né episodio che non ci facesse torcere dal ridere.

Twin Peaks ci avrebbe salvati. Ma questa è un’altra storia.

E’ quasi finito, ma se ti sei perso qualche puntata puoi vedere tutti i post precedenti in Acceptable in the Eighties.

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You play the guitar on the MTV Older, wiser (LOL)

12 Comments Add your own

  • 1. » Candy Candy e quella roba lì  |  December 17, 2007 at 4:30 pm

    […] e ultima parte del capitolo dedicato alla televisione, su Acceptable in the Eighties. Puoi lasciare un messaggio, o utilizzare il trackback […]

    Reply
  • 2. nenenina  |  December 17, 2007 at 4:53 pm

    Quindi prossima puntata con Twin Peaks???
    Non vedo l’ora…..ADORAVO Twin Peaks!!!!
    P.S…..come adoravo I ragazzi della III C!

    Reply
  • 3. Giulia  |  December 17, 2007 at 5:00 pm

    Twin Peaks è del 1990. Quindi: no 🙂

    Reply
  • 4. irene  |  December 17, 2007 at 7:51 pm

    Davvero il trovare affascinante Peter Petrelli è un male? Ohi ohi… 😉

    Reply
  • 5. Chicca  |  December 18, 2007 at 11:09 am

    Eh si..Candy Candy..e Terence, il mio primo amore (e da allora in poi avrei amato soltanto i capelloni. Colpa di Terence se dopo ho continuato ad avere cotte per i metallari!)..proprio ieri ho rivisto- e non esagero se dico dopo 20 anni- He-Man. Commozione allo stato puro, davvero.
    E la III C..che spettacolo! XD

    Reply
  • 6. silva  |  December 18, 2007 at 1:11 pm

    non ho mai sopportato i finti adolescenti della terza c, mai riuscita a guardarli. Candy è un altro paio di maniche, mi compravo il giornaletto prima di andare a scuola, ah, che nostalgia!

    Reply
  • 7. Disorder  |  December 18, 2007 at 1:15 pm

    Ti sei dimenticata la rossa darkettona-nichilista Benedetta! (l’unica ragazza-battutista, probabilmente)

    Reply
  • 8. astridula  |  December 22, 2007 at 11:03 pm

    hai descritto il mio primo bacio uguale identico, varia solo la località.

    Reply
  • 9. nelly  |  January 10, 2008 at 2:40 pm

    è un post bellissimo, nonostante tu abbia dimenticato di dire che in lady oscar, invece, al posto di cuoricini e stelline apparivano delle bollicine rosate 😉

    Reply
  • 10. Melyanna  |  January 11, 2008 at 6:55 pm

    Mi ricordo tutti i cartoni animati che guardavo (Mitico Lovely Sara, tratto da un libro che è stato il mio preferito per anni) e anche quelli che non potevo vedere (chissà perchè, mio padre mi vietava di guardare i cartoni animati dei “robottoni”, ma mi permetteva di vedere Ken Shiro e i Cavalieri dello Zodiaco).
    Invece, e questo mi inquieta un po’, sono sicura di aver guardato I ragazzi della III C, ma non me lo ricordo per niente!
    Forse l’ho rimosso grazie a un naturale istinto di conservazione… o forse solo perchè le storie senza un minimo di spessore non mi hanno mai interessata più di tanto…
    Ma di Kiss me Licia e Cristina D’Avena non ne parli? ^_^

    Reply
  • 11. Giulia  |  January 11, 2008 at 7:02 pm

    Non l’ho seguito con tanto interesse: non è una serie che mi abbia cambiato qualcosa o emozionato veramente. Per cui no 🙂

    (Tuo padre aveva ragione, i robottoni erano violentissimi, maschilisti e anche un po’ duepalle…)

    Reply
  • 12. Paolo  |  February 2, 2008 at 3:31 pm

    senti maaa… qui sopra si diceva QUASI finito. Col che mi aspettavo almeno 1 o 2 puntate ancora…;-)

    punkwithgun

    Reply

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