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You play the guitar on the MTV (part II)

Cartoon boyfriend
L’idea di amore della mia generazione ha subito danni permanenti dalla visione di Candy Candy. Lo dico con grande serenità: se non riusciamo a rimanere in un rapporto per più dei canonici sei mesi ormonali, è colpa di Candy e delle rose e delle stelline che esplodono nell’aria quando bacia Terence per la prima volta. Il mio primo bacio è una faccenda bavosa e spiacevole, dato sui divanetti di un Capodanno last minute in un capannone industriale del sangiovannese. Niente stelline, rose o altre manifestazioni di sublime estasi dei sensi, ma del resto Tiziano non era il mio Vero Amore, non era nemmeno un amore, era solo uno un po’ sbronzo che passava di là. Potevo continuare a conservare intatta l’idea (per quanto sepolta) che il Vero Amore si sarebbe palesato sotto forma di allucinazioni visive floreali.
Sarebbero passati anni, non sarebbe mai successo.
L’idea nipponica di romanticismo, tuttavia, rimane con noi. Il fidanzato dei nostri sogni è carino, efebico, ha la frangetta, si strugge per noi e noi per lui. Lo struggimento – preferibilmente sotto la neve, se no che struggimento è – fa parte del sentimento: non riusciamo ad immaginare un amore che non implichi una qualche forma di mancanza, di attesa, di sofferenza. E in un certo senso, abbiamo anche ragione: però poi finisce che guardando Heroes troviamo attraente Peter Petrelli, e quello non può essere un bene. Da lì ad ascoltare i Fall Out Boy c’è veramente lo spazio di una giornata storta.
L’intensità con cui desidero un amore così è talmente forte da rendermi impossibile interagire normalmente con l’altro sesso. Il modello aspirazionale giapponese non combacia con la crudezza dei rapporti fra adolescenti nell’Italia degli anni ’80, e probabilmente nemmeno con la realtà in generale. È una tenera fantasia delle mangaka, che diventa la mia, la nostra tenera fantasia.

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December 17, 2007 at 4:25 pm 12 comments

You play the guitar on the MTV

Siamo nati quando la televisione era ancora un rito collettivo, e man mano che crescevamo – e cresceva il numero di apparecchi televisivi per famiglia – l’abbiamo trasformata in un divertimento solitario. Quando sono venuta al mondo, c’erano solo Rai Uno e Rai Due. Rai Due neanche si chiamava Rai Due, ma Secondo Programma, e infatti si diceva “Metti sul secondo”, ci si alzava dal divano e si andava a premere il bottone.
La nostra adolescenza è l’adolescenza della televisione italiana, che scopre il sesso, la risata, la ribellione con le prime reti private nazionali, quelle di Fininvest-poi-Mediaset: Canale 5, Italia 1, Rete 4. Negli anni ’80, le televisioni locali ripetono Much Music e poi, molto più tardi, MTV Europe. È guardando queste emittenti, senza sottotitoli, andando a naso e a contesto, che imparo l’inglese a un livello superiore a quello richiesto dal biennio del Ginnasio, l’inglese con cui supero l’esame di ammissione a Scuola Interpreti.
Ma vabbè, questa è una storia di scarsa didattica compensata dalla passione e non c’entra. La televisione, dicevo.
Siamo cresciuti con troppa televisione a tutte le ore. I nostri potenziali compagni di vita si sono formati un’idea di femminilità basata sulle Cin Cin, le Fast Food, le Coccodè (che saranno state anche una satira, ma sempre femmine svestite erano), le Cacao Meravigliao (idem, con l’aggravante di essere delle brasiliane di conturbante imperfezione) e le Veline. I risultati di questo bombardamento di tette e culi si vedono adesso, in donne che si fingono sciocchine e bamboleggiano, manipolano furbesche, sbattono le ciglia, mostrano le cosce e si considerano esentate dalla necessità di realizzare il proprio potenziale umano.
Questo l’ho già detto, no?
Il fatto è che la televisione, come e più della musica, è parte del tessuto quotidiano della mia generazione. La prima a non farne uso, ma a subirla, passivamente: in mancanza di on demand, canali satellitari, internet, YouTube e 2.0, il massimo quello che possiamo fare in termini di partecipazione è stare seduti o sdraiati davanti all’apparecchio, e cercare di indovinare le risposte dei quiz condotti da Mike Bongiorno o dalla Carrà. Anche quelli in cui la fortuna è più importante della cultura generale o specialistica, tipo quello dei fagioli nel barattolo. Come si fa a sapere quanti fagioli ci sono nel barattolo? Ma a pensarci bene, senza Internet, come facevamo a sapere come si chiamava la nonna di Mary Patty? Adesso basterebbe Google. Allora, neanche l’elenco del telefono di Oristano ci sarebbe stato granché utile.

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December 10, 2007 at 6:16 pm 5 comments

Music non stop (part II)

C30, C60, C90
Fedele alla mia tradizione di essere sempre quel mezzo centimetro fuori dalla norma, non abbastanza da essere pionieristica ma abbastanza da perdermi l’abbrivio dei grandi fenomeni di massa, a me piacevano gli a-ha. I Duran Duran li avevo mancati: quando arrivo sulla scena del crimine, sono già quasi al primo dei loro innumerevoli capolinea. Il fenomeno è esploso e si è sgonfiato. Esce A View to a Kill, un pezzone anche adesso, a distanza di anni, nel suo ricalcare la solita formula del tema bondiano, e poi quel video sulla Tour Eiffel, in cui non si capisce cosa ci stiano a fare, ma è divertente. Gli a-ha sono la vera meraviglia pop del momento: ‘sti norvegesoni belli da morire, con quei maglioni da norvegesi, i video animati così romantici. E anche musicalmente hanno una certa ambizione, arrangiamenti di archi, un album d’esordio che compro e ascolto, ascolto, ascolto, terrorizzata dalla fragilità della cassetta, che in ogni momento può impigliarsi nelle testine, e quindi ogni ascolto potrebbe essere l’ultimo.

La cassetta è il supporto eighties per eccellenza, la compagna inseparabile del ghettoblaster. Il disco in vinile costa troppo, è appannaggio dei ricchi; la cassetta, piccola, umile, precaria, pronta a smagnetizzarsi, a deformarsi in un vano portaoggetti, a frantumarsi cadendo, a sbudellarsi lasciandosi dietro un groviglio di interiora nere.
Sulle cassettine vergini – accuratamente riavvolte di due o tre giri con l’ausilio di una matita o una Bic, per evitare di iniziare la registrazione sulla parte non magnetizzata – componevamo le compilation da regalare agli amici, da suonare alle feste di compleanno o di Capodanno, oppure registravamo canzoni dalla radio, quando non potevamo comprare gli originali.
Originale era l’album dei Denovo, Così fan tutti, unica mia concessione di quegli anni ottanta alla musica italiana: non ascoltavo Vasco, Ligabue non mi è mai piaciuto e comunque la sua esplosione è posteriore, e non conoscevo l’underground anche se ci vivevo proprio accanto. Però i Denovo mi piacevano moltissimo, o almeno, mi piaceva quell’album: così strano, così fuori dai soliti schemi sanremesi. Così vivo e straniero e pieno di immaginazione.
Originale era anche la cassetta di The People Who Grinned Themselves to Death, degli Housemartins. Ché se si parla di amori, e amori folli, forse questo disco è uno dei primi che ho acquistato non per il valore iconico del gruppo, ma per quello effettivo delle canzoni. Che so ancora tutte a memoria, a distanza di vent’anni dall’uscita.
Il pop politicizzato e feroce degli Housemartins (“Don’t gatecrash a party full of bankers. Burn the house down! Take Jesus, take Marx, take hope” si legge sulla busta che contiene London 0 Hull 4, il loro primo album; comprato durante una gita scolastica a Siena, insieme a Raising Hell dei Run DMC) è un efficace sostituto degli Smiths. Che forse, se li avessi ascoltati a un’età impressionabile, avrebbero peggiorato la situazione. Saltellare di qua e di là senza capire del tutto il senso di Me and the Farmer o Happy Hour (“It’s another night out with the boss/following in footsteps overgrown with moss/and he tells me that women grow on trees/and if you catch them right they will land upon their knees”) è una salvezza, è un divertimento, è uno dei pochi tesori che mi porto via da quegli anni terribili, in cui mi sembra di non imparare nulla, di non andare da nessuna parte.

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November 27, 2007 at 5:56 pm 6 comments

Music non stop

Se dico “musica degli anni ’80”, voi cosa pensate? Duran Duran, dai, ditelo. Ché c’è sempre quello che storce il naso e ti dice che lui ascoltava gli Smiths. O gli XTC. O i Blondie. O Bowie. Vabbè. Come a dire, voi proletari retrogradi con i vostri Vamos a la playa e le vostre Kalimba de luna.
Gli anni ’80 sono i Duran Duran e i Duran Duran sono gli anni ’80. Fra il gruppo e il periodo c’è una perfetta sovrapposizione estetica e sonora, e forse anche ideologica. Simon Le Bon a cavalcioni della prua di una barca in Rio, con i capelli fonati e schiariti, la giacca aperta, i piedi scalzi, è tutti gli anni ’80 che ci servono. Come lo è il suono: artificiale, sintetico, barocco a tratti. Nonostante la produzione di Nile Rodgers, che affonda sui bassi, i Duran Duran suonano inodori e insapori come la plastica. Eppure le canzoni non sono male: sono invecchiate, ma conservano una loro dignità come classici del pop.
O forse sono io che li sento così, per imprinting; mentre ai più giovani e meglio formati fanno decisamente schifo. Non serve scomodare Proust per descrivere la sensazione di liquida malinconia che mi invade quando Save a Prayer viene suonata senza preavviso alla radio. Save a Prayer è tutte le mie cotte, le mie sofferenze e le mie speranze in una canzone sola, tutta un’adolescenza di brividi a perdere mentre il resto del mondo, quantomeno, provava a viverseli.

Appartengo alla generazione che si è formata un’immagine dell’amore basata su Candy Candy e l’ultima scena di Il tempo delle mele, quella in cui Vic smette di ballare con Mathieu, si avvinghia a un altro ragazzo e improvvisamente ha quell’espressione: quella lì, che tutte noi abbiamo avuto o sogniamo di avere quando mettiamo le braccia intorno al collo di uno che ci piace. Quell’espressione fra il delirio e l’estasi, occhi al cielo e labbra semiaperte. Il volto del deliquio d’amore. Che non si può proprio avere, senza almeno un paio di cuffie e Richard Sanderson che ci sussurra Reality nelle orecchie.

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November 12, 2007 at 9:42 am 11 comments

On either side of the political fence (part II)

Sisters are doin’ it for themselves

Nel discorso “politica” va fatto rientrare anche il discorso “femminismo”, che mi riguarda da vicino. Ho sedici anni, quando decido che la Festa della Donna a base di mimose e auguri ipocriti è una cialtronata.
“Mamma, perché mi devono festeggiare una volta l’anno? Non mi sto estinguendo, non sono un panda.”
Mia madre è d’accordo con me. Guadagna più di mio padre, è più qualificata, eppure il capofamiglia risulta essere lui. C’è un principio di ineguaglianza che dà per scontata la preminenza del padre e marito sulla madre e moglie. Portiamo il cognome paterno, mica quello materno. Mia madre non ne fa una gran questione di principio – dopotutto, lei usa il cognome da nubile – ma conferma i miei dubbi: perché?
Sarà che sono brutta, e come molte brutte non ho mai goduto dei benefici dello sguardo maschile. Ho imparato a fare da sola, non vado a caccia di approvazione dai ragazzi: sono convinta che non me la daranno, e quindi è inutile chiederla. Troppo fragile per dare battaglia, mi isolo e imparo a vivere nelle mie fantasie di fuga. Fino ai vent’anni, non mi si vedrà mai in giro senza walkman nelle orecchie. Cammino e penso ad altro. Mi figuro altrove. La musica aiuta.
Ci vorrà più di un decennio, prima che io riesca a mettere il nome “femminismo” sul mio desiderio di essere considerata pari ad un uomo. Negli anni ’80, il femminismo italiano si è chetato. Le battaglie più sanguinose sono vinte, l’aborto e il divorzio sono realtà. Le ragazze con gli zoccoloni e le gonne a fiori hanno deposto le armi e si sono calate, per la maggioranza, in una rassicurante maternità borghese. C’è ancora molto da fare, ma per lo meno ora i consultori funzionano, si può prendere la pillola e interrompere una gravidanza indesiderata in modo sicuro, e un matrimonio che non funziona non è più una condanna a vita. Né è più possibile per i mariti insoddisfatti telare a man salva, abbandonando moglie e prole al proprio destino: perché anche questo succede, nella famiglia monolitica cristiana e cattolica di cui va cianciando il nostro professore di religione.

Il funerale del femminismo italiano si celebra in televisione. Mentre in America Madonna e Cyndi Lauper festeggiano la liberazione della donna dallo stereotipo di moglie e madre, cantando il sesso, la masturbazione, il divertimento e l’indipendenza, in Italia va in onda Viva le donne, condotto da Andrea Giordana e Amanda Lear, in cui graziose sgallettate si affrontano in prove pratiche; Drive In, sappiamo; la valletta si consolida come figura accessoria al conduttore. In quegli anni, le donne italiane imparano che un bel sorriso e una soffice snellezza sono le doti che più la renderanno gradita a un potenziale marito. L’intelligenza, la cultura e il talento non sono requisiti fondamentali. Per le brutte, c’è sempre l’opzione “facce ride”, con Anna Mazzamauro a guidare la carica.
Eppure siamo sempre più acculturate, andiamo all’università, ci prepariamo (invano, scopriremo poi) ad essere classe dirigente. Siamo la metà trascurabile della società, non possiamo dare il nostro cognome ai figli se ne sposiamo il padre, guadagniamo meno dei nostri colleghi maschi, se ci assentiamo per fare figli veniamo demansionate al rientro. Eppure, paradossalmente, le cose per noi sono ancora più semplici di quanto lo saranno vent’anni dopo. Abbiamo ancora contratti di assunzione, maternità, ferie pagate. Possiamo ancora sognare un futuro, provare a costruirlo. Possono, in realtà. Loro, le nostre sorelle maggiori; ché noi, quelle che negli anni ’80 hanno dodici, tredici, quattordici anni, ancora non sappiamo quanto ci verrà tolto in nome del libero mercato.

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November 5, 2007 at 9:00 am 7 comments

On either side of the political fence

Facciamo che ci capiamo e io vi racconto un aneddoto che definisce il mio rapporto con la politica negli anni ’80.
È il 1989, siamo al mare (Lignano Sabbiadoro, vent’anni di vacanze a Lignano Sabbiadoro, sempre nello stesso complesso residenziale, quasi sempre a Villa Letizia). Mia madre, eccitatissima: “Stanno per tirare giù il muro di Berlino.”
Io: “Embè?”
Mia madre si incazza.

Ora che sono passati un po’ di anni posso dirlo: mamma, ma che volevi da me? Avete votato per la DC finché c’è stata la DC, perché (parole testuali di mio padre) “Meglio non uscire dal seminato”. A casa non si vedeva mai un telegiornale, non si leggeva mai un quotidiano, non si parlava mai dei problemi del mondo, a meno che “Pensa ai bambini poveri dell’Africa” quando non finivo quello che avevo nel piatto non si possa considerare “parlare dei problemi del mondo”. Eravate gente tranquilla, che lavorava, come i genitori del ragazzo della via Gluck. La politica era una cosa che non ci riguardava, qualcosa di cui si occupavano Craxi e Andreotti e De Michelis e Spadolini, tutta gente che sapeva quello che stava facendo. No?

Non c’era politica, nel nostro mondo. E per “nostro” intendo il mondo in cui siamo cresciuti noi adolescenti della provincia friulana. Non capivamo i motivi degli scioperi e della manifestazioni, non venivamo educati a leggere i giornali, destra e sinistra erano qualcosa che apparteneva ai libri di storia. Nella mia scuola non c’erano movimenti politici significativi, se si eccettua una lievissima incidenza di mod dalle inclinazioni scioccamente fasciste (compagno di classe che preferisco non nominare, una sera in gita: “Vedi, è semplice. Al mondo siamo in troppi. Per cui è giusto che gli africani muoiano di fame, no? Così il mondo non si sovrappopola.”) che però non si costituiscono in movimento, preferendo di gran lunga pavoneggiarsi sulle Lambretta e affermare che “smart dress only”, come se gliel’avessimo chiesto e ce ne fregasse qualcosa.
C’è molto di oscuro, nella Pordenone degli anni ’80. Una mia compagna di banco occasionale, una delle tante pause di riflessione che Giorgia e io ci prendevamo nel tentativo di separarci, viene spesso a scuola con ferite addosso, occhi neri, dolori in parti innominabili. Durante le ore di lezione, mette un quaderno fra di noi e scrive.
Cosa ti sei fatta all’occhio?
Sono stata a un raduno di skin.
Ma ti hanno picchiata?
Sì. C’è stata una rissa, in due mi tenevano ferma e uno mi ha dato una testata.
Ma che ci vai a fare, con questa gente?

“Mi piace l’idea, degli skin” dice lei, toccandosi la testa e strizzando leggermente gli occhi, anche quello pesto.
L’idea. Non so cosa sia, “l’idea” degli skin. E sono confusa, e preoccupata, e intenerita da questa compagna di banco che cerca compagnia e appartenenza fra gente violenta, e conforto nelle confidenze con me, il lunedì mattina, quando torna dai raduni. Non so chi siano, questi skin. Ogni tanto li vedo, certo, so come sono fatti, e non mi piacciono: e sicuramente i racconti di Francesca non mi rassicurano nei loro confronti.
Dopo pochi mesi, lei scompare da scuola. La rivedrò solo anni dopo, dietro il bancone del guardaroba del Velvet. Lei non mi riconosce.

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October 29, 2007 at 9:30 am 8 comments

I don’t like Mondays (part four)

Fuck school

La mia compagna di banco, Giorgia, appartiene allo strato più alto della casta dei privilegiati, ma non si nota. In cinque anni di scuola tentiamo più volte di separarci, accoppiandoci con altri compagni: ma finiamo sempre una a fianco all’altra. Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe, con poche eccezioni: lei è una. L’anno della maturità parliamo in stereo, ci finiamo le frasi a vicenda, e siamo la barzelletta del professore di italiano: io le scrivo inizio e fine del tema e lei riempie in mezzo. Il problema è che lo stacco si vede. Ma siccome faccio lo stesso per altre due persone (ricevendo in cambio il compito di matematica), il docente tende ad ignorare il fenomeno. Credo assegnasse il voto in base alla parte del tema che si capiva non essere mia.
Giorgia è la mia oasi di appartenenza in un ambiente crudele. Non mi difende dalle cattiverie degli altri compagni – non è quel tipo di persona: si aspetta, probabilmente, che io mi decida a farmi crescere un po’ di fegato – ma è tra le poche, se non l’unica a nutrire per me stima autentica. Stima, ho detto stima: a sedici, diciassette, diciotto anni Giorgia mi stima, e io la ricambio. A diciassette anni la stima è qualcosa di precoce, indicibile, incomprensibile. Un tabù da adulti. Giorgia mi pensa a me da adulta, me lo dice, una sera in albergo, in gita: tu farai cose, farai cose belle, ce l’hai dentro, sei speciale. Io trattengo il fiato, non so cosa dire, forse dico di no, che non ci credo, ma lei non mi ascolta, scrolla via le mie parole come se non fossero importanti.

Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe. Avrei voluto che mi amassero, o almeno, che mi accettassero. Odiarli era l’unico modo per soffrire di meno.

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October 22, 2007 at 7:21 am 11 comments

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