On either side of the political fence

Facciamo che ci capiamo e io vi racconto un aneddoto che definisce il mio rapporto con la politica negli anni ’80.
È il 1989, siamo al mare (Lignano Sabbiadoro, vent’anni di vacanze a Lignano Sabbiadoro, sempre nello stesso complesso residenziale, quasi sempre a Villa Letizia). Mia madre, eccitatissima: “Stanno per tirare giù il muro di Berlino.”
Io: “Embè?”
Mia madre si incazza.

Ora che sono passati un po’ di anni posso dirlo: mamma, ma che volevi da me? Avete votato per la DC finché c’è stata la DC, perché (parole testuali di mio padre) “Meglio non uscire dal seminato”. A casa non si vedeva mai un telegiornale, non si leggeva mai un quotidiano, non si parlava mai dei problemi del mondo, a meno che “Pensa ai bambini poveri dell’Africa” quando non finivo quello che avevo nel piatto non si possa considerare “parlare dei problemi del mondo”. Eravate gente tranquilla, che lavorava, come i genitori del ragazzo della via Gluck. La politica era una cosa che non ci riguardava, qualcosa di cui si occupavano Craxi e Andreotti e De Michelis e Spadolini, tutta gente che sapeva quello che stava facendo. No?

Non c’era politica, nel nostro mondo. E per “nostro” intendo il mondo in cui siamo cresciuti noi adolescenti della provincia friulana. Non capivamo i motivi degli scioperi e della manifestazioni, non venivamo educati a leggere i giornali, destra e sinistra erano qualcosa che apparteneva ai libri di storia. Nella mia scuola non c’erano movimenti politici significativi, se si eccettua una lievissima incidenza di mod dalle inclinazioni scioccamente fasciste (compagno di classe che preferisco non nominare, una sera in gita: “Vedi, è semplice. Al mondo siamo in troppi. Per cui è giusto che gli africani muoiano di fame, no? Così il mondo non si sovrappopola.”) che però non si costituiscono in movimento, preferendo di gran lunga pavoneggiarsi sulle Lambretta e affermare che “smart dress only”, come se gliel’avessimo chiesto e ce ne fregasse qualcosa.
C’è molto di oscuro, nella Pordenone degli anni ’80. Una mia compagna di banco occasionale, una delle tante pause di riflessione che Giorgia e io ci prendevamo nel tentativo di separarci, viene spesso a scuola con ferite addosso, occhi neri, dolori in parti innominabili. Durante le ore di lezione, mette un quaderno fra di noi e scrive.
Cosa ti sei fatta all’occhio?
Sono stata a un raduno di skin.
Ma ti hanno picchiata?
Sì. C’è stata una rissa, in due mi tenevano ferma e uno mi ha dato una testata.
Ma che ci vai a fare, con questa gente?

“Mi piace l’idea, degli skin” dice lei, toccandosi la testa e strizzando leggermente gli occhi, anche quello pesto.
L’idea. Non so cosa sia, “l’idea” degli skin. E sono confusa, e preoccupata, e intenerita da questa compagna di banco che cerca compagnia e appartenenza fra gente violenta, e conforto nelle confidenze con me, il lunedì mattina, quando torna dai raduni. Non so chi siano, questi skin. Ogni tanto li vedo, certo, so come sono fatti, e non mi piacciono: e sicuramente i racconti di Francesca non mi rassicurano nei loro confronti.
Dopo pochi mesi, lei scompare da scuola. La rivedrò solo anni dopo, dietro il bancone del guardaroba del Velvet. Lei non mi riconosce.

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October 29, 2007 at 9:30 am 8 comments

I don’t like Mondays (part four)

Fuck school

La mia compagna di banco, Giorgia, appartiene allo strato più alto della casta dei privilegiati, ma non si nota. In cinque anni di scuola tentiamo più volte di separarci, accoppiandoci con altri compagni: ma finiamo sempre una a fianco all’altra. Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe, con poche eccezioni: lei è una. L’anno della maturità parliamo in stereo, ci finiamo le frasi a vicenda, e siamo la barzelletta del professore di italiano: io le scrivo inizio e fine del tema e lei riempie in mezzo. Il problema è che lo stacco si vede. Ma siccome faccio lo stesso per altre due persone (ricevendo in cambio il compito di matematica), il docente tende ad ignorare il fenomeno. Credo assegnasse il voto in base alla parte del tema che si capiva non essere mia.
Giorgia è la mia oasi di appartenenza in un ambiente crudele. Non mi difende dalle cattiverie degli altri compagni – non è quel tipo di persona: si aspetta, probabilmente, che io mi decida a farmi crescere un po’ di fegato – ma è tra le poche, se non l’unica a nutrire per me stima autentica. Stima, ho detto stima: a sedici, diciassette, diciotto anni Giorgia mi stima, e io la ricambio. A diciassette anni la stima è qualcosa di precoce, indicibile, incomprensibile. Un tabù da adulti. Giorgia mi pensa a me da adulta, me lo dice, una sera in albergo, in gita: tu farai cose, farai cose belle, ce l’hai dentro, sei speciale. Io trattengo il fiato, non so cosa dire, forse dico di no, che non ci credo, ma lei non mi ascolta, scrolla via le mie parole come se non fossero importanti.

Li ho odiati quasi tutti, i miei compagni di classe. Avrei voluto che mi amassero, o almeno, che mi accettassero. Odiarli era l’unico modo per soffrire di meno.

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October 22, 2007 at 7:21 am 11 comments

I don’t like Mondays (part three)

Endless Summer

D’estate, San Giovanni di Casarsa era afosa e silenziosa. Il silenzio di un paese di campagna, ancorché vicino a diversi centri industriali e popolato da un discreto numero di automezzi, è meraviglioso. È l’immobilità con colonna sonora di grilli.
L’unico posto dove andare, per tutti i ragazzi fino ai tredici anni compiuti, è l’ex Area Zuccheri, messa a disposizione dalla Curia per le attività scout e di ricreazione. D’estate, il Comune organizza una serie di attività pomeridiane per i giovanissimi del paese, riunite sotto il nome Estate Ragazzi. Lì faccio le prime amicizie e le prime zuffe: chissà se Eva Dal Molin ricorda ancora le quattro dita che le ho stampato in faccia quando mi sono stancata di essere presa in giro da lei e dai suoi amichetti. Un ceffone ben piazzato, che ha più o meno chiuso le ostilità fra me e buona parte del paese.
Da quel momento, chiamarmi “Visitors” e sfottermi, attribuendomi cotte inesistenti per gente che non avevo mai degnato di uno sguardo, comincia a passare di moda.

L’Estate Ragazzi prende quasi interamente possesso della grande casa padronale di fianco alla Chiesa. Ci arrivo, come sempre, in bicicletta, risalendo la strada che costeggia la roia, il ruscelletto che attraversa il paese. San Giovanni è un paese costruito sull’acqua, pieno di fossi, rane e zanzare. D’estate, l’aria sa di erba e asfalto bollente.
Nel cortile dell’Ex Zuccheri si gioca a pallavolo. Sotto i portici abbiamo tracciato un campo di quel gioco che si chiama mondo, campana, e da noi “sassolino”. A sassolino, viene fuori, sono bravissima: ho una mira strepitosa, centro regolarmente la casella, e quando salto è sempre con molta precisione, senza perdere l’equilibrio quando mi chino a raccogliere il sasso, senza pestare le righe, senza muovere il piede. Sono così brava che nessuno vuole più giocare con me, soprattutto quando si gioca a coppie: se la mia compagna è scarsa, entro regolarmente io a “salvarla”, e non ce n’è più per nessuno.
Non è un gran talento, ma è un talento.
Quando non gioco a sassolino, mi piace andare sulle altalene appese sotto il portico, e spingermi in alto fino a toccare le travi con la punta dei piedi. Facciamo le gare, per vedere chi arriva prima, e io vinco perché sono più alta delle altre.
A volte andiamo tutti a comprare i gelati al bar ACLI lì vicino. Ci si arriva da dietro, da un’entrata secondaria. Il gelato preferito di tutti è il Calippo: si mangia poco a poco, non sporca le mani, disseta. Quando il Calippo non c’è, compriamo i ghiaccioli.
Quando piove ci rifugiamo nella sala principale, e giochiamo a Otello, a Scarabeo, a dama. Impariamo ad andare sui trampoli. C’è un laboratorio di lavoretti con la creta e uno di danza. Due delle ragazze più popolari e precoci del paese si esibiscono in un duetto su You Spin Me Round dei Dead or Alive, mentre un altro gruppetto – che mi include – esegue un’elaborata coreografia sul tema principale di Conan il Barbaro. Agitiamo pon-pon fatti di carta crespa gialla e blu. Non ricordo la coreografia, ovviamente, ma ricordo la musica e le risatine di scherno: “Guarda Visitors.”
Era prima del ceffone, credo. O forse no.

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October 15, 2007 at 1:26 pm 9 comments

I don’t like Mondays (part two)

Train of thought

Dall’altra parte dei diciotto chilometri di linea ferroviaria c’è la vita del paese. Tra il paese e la scuola c’è il gruppo della stazione, un agglomerato di persone dalle alleanze mutevoli. Abbiamo tutti una sola cosa in comune: per tornare a casa dobbiamo percorrere il tragitto fra la scuola e il binario 1 in non più di sette minuti. Altrimenti ci scappa il treno, e dobbiamo aspettare quello dopo. Con quello che ne consegue in termini di fame, rimbrotti e perdita di sostanziose porzioni di Deejay Television e Saranno Famosi.
Non ricordo se ho preso il treno ogni giorno per tutti i cinque anni di scuola. Credo di no, ma ho comunque iniziato molto presto. Era meglio che viaggiare con mio padre, che di mattina era spesso di cattivo umore.
La mia sveglia suonava ogni giorno alle sei e un quarto, ragione per cui non mi era permesso guardare Quelli della notte e Indietro tutta. La radio era sintonizzata su una stazione locale, che trasmetteva sempre lo stesso nastrone di musica a rotazione, sempre alla stessa ora. Per anni sono stata svegliata da The Only One I Know degli Charlatans. A seguire c’era Just a Gigolo nella versione di David Lee Roth. In generale, dopo spegnevo la radio e scendevo a fare colazione.
Le mattine prima di andare a scuola sono state il mio primo vero contatto con l’ansia che mi porto dietro da tutta la vita. Temevo la scuola. Temevo i professori, le interrogazioni, i compiti, le umiliazioni quotidiane. Temevo di dimenticare qualcosa di fondamentale ed essere sgridata davanti a tutti. Temevo tutto. E ogni mattina, quando mi svegliavo all’alba per affrontare la giornata, era con lo stomaco chiuso.
Il viaggio in treno fra Casarsa e Pordenone, però, mi piaceva. La mattina potevo viaggiare con Alberto, che era il mio migliore amico, e Ciro, che era il mio amore neanche tanto segreto, mai corrisposto e fonte di infinite sofferenze. Quasi tutti i miei amici del paese e del gruppo scout studiavano a Pordenone come me, e ci incontravamo ogni mattina al binario 2.
Delle mattine in treno, per ovvi motivi, ricordo più facilmente i giorni freddi. A Casarsa e Pordenone il freddo invernale è pungente, umidissimo. Prima che mi rubino la bicicletta, a volte pedalo fino alla stazione. Sono solo due chilometri e mezzo, quasi tutti in piano, a parte il cavalcavia alla fine: la pedalata mi scalda. Non ho ancora fatto il collegamento fra la mia estrema magrezza e il dispendio energetico di quelle mattine, a casa mia non si parla mai di peso o di alimentazione corretta. Mangiamo tutti come bufali, e solo papà ingrassa.
Al rientro, Ciro a volte viaggia con me, altre volte con Sabrina, nostra compaesana che frequenta la scuola per segretarie d’azienda. Io cambio compagnia di anno in anno. Ricordo un periodo di viaggi particolarmente allegri con un gruppo di sanvitesi, un po’ più giovani di me ma molto simpatici. Non ricordo tutti i nomi, ma ricordo che stavo bene: fuori dalla stazione ci frequentavamo di rado, ma quella mezz’ora passata insieme ogni giorno era piena di scherzi e risate. Erano già gli ultimi anni, stavo emergendo. Dagli ’80 e da me stessa.

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October 12, 2007 at 1:02 pm 8 comments

I don’t like Mondays

Naturalmente, niente di quanto sopra ha senso al di fuori del contesto sociale in cui avviene. Lo scenario della mia adolescenza è frammentato e scisso, ma si svolge grossomodo quasi tutto fra San Giovanni di Casarsa (PN) e il Centro Studi di Pordenone.

Se c’è una cosa per cui la gente si ricorda gli anni ’80 è questa idea dei soldi come cardine esplicito dell’interazione sociale. La facoltà di Economia dell’Università Bocconi è di moda, e non solo per il (piuttosto misero) sketch di Sergio Vastano a Drive In. Gli Young Urban Professionals, Yuppies, sono una figura così popolare che Luca Barbarossa ci fa sopra una canzone, i Vanzina un film, e i ragazzi della ricca provincia nordestina tanti e tanti sogni.
Pordenone è il non-luogo per eccellenza. Né Friuli né Veneto, pochi italiani sotto il Po saprebbero trovarla su una cartina. Mal collegata al resto del territorio, non presenta comunque grandi motivi di interesse turistico. Si è sviluppata rapidamente durante il boom economico e industriale, ha accolto immigrati meridionali, americani e ora africani rimanendo nella sostanza sempre uguale, provinciale, marginale, scarsa di eccitazione e movimento. Nei primi anni ’80 ha visto fiorire un movimento punk di spessore, ma io non li ho mai visti, questi del Great Complotto.
Neanche questo posso raccontare.
Con gli anni ’80 si inaugura il Grande Vuoto Emotivo. Non mio, nello specifico – un’adolescente è sempre piena di emozioni, che le piaccia o meno – ma quello di un’intera generazione, bombardata da un decennio di proteste, lotte, referendum, stragi, bombe, pallottole, botte e canzoni di Sting sui russi che amano i loro bambini. No, vabbè: quella era dopo.
Ci volevamo divertire, tutto il mondo occidentale si voleva divertire. Potevamo finire bruschettati da un ordigno nucleare da un momento all’altro, o almeno, così abbiamo creduto per molto tempo. Tanto valeva cercare di fare un sacco di soldi, ascoltare musica futile e facile, guardare video dei Duran Duran, scrivere pessimi romanzetti di vita paninara in cui Simon Le Bon era utilizzato come trucco di marketing.

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October 9, 2007 at 2:17 pm 6 comments

F-f-f-f-fashion! (part two)

In the closet
Dicevo dei vestiti fatti in casa da mia madre. Non che io sia completamente da assolvere. Da ragazzina avevo un gusto piuttosto stravagante per i vestiti: mi piacevano molto i colori accesi, che indossavo tutti insieme senza curarmi molto degli abbinamenti. Mio padre non voleva che mi forassi le orecchie: una volta convinto, non voleva che portassi orecchini a pendente. Riteneva fossero troppo vistosi. Ma questo va alla voce “Sesso”, che vi assicuro, è parecchio interessante se siete il tipo di persona a cui piace leggere l’elenco del telefono o guardare la vernice che si asciuga.
Comunque: avendo completamente bypassato lo stile postatomico (in casa mia, vivaddio, nessuno aveva il permesso di vestirsi come le Bananarama), a un certo punto scopro il fluorescente. Non so chi abbia avuto l’idea che fosse bello andare in giro vestiti come operai dell’Anas, ma non fa niente. Quello che conta è che possedevo:

  • 1 paio di calzini giallo fluo
  • 1 paio di calzini rosa fluo
  • 1 paio di calzini verde fluo
  • 2 paia di elastici di spugna per ogni tonalità incluso l’arancione, che usavo come polsini dato che avevo i capelli corti
  • 1 paio di finte Superga rosa fluo
  • 1 paio di pantaloni di cotone a fiori gialli, verdi e rosa.

I pantaloni in questione erano gli unici ad abbinarsi con i calzini e le scarpe. Non so perché mio padre facesse tutte queste storie per gli orecchini e non si accorgesse che ero vestita come un semaforo.

Il verde – a parte quello fluo, ma in fondo anche quello – è la mia grande idiosincrasia. Non l’ho mai voluto indossare. Forse per questo nella mia famiglia si faceva a gara nel comprarmi abiti e accessori in ogni sfumatura di verde: possiedo ancora un montgomery e un fedora di quella sfumatura, ma anche il mio armadio ne è pieno.
Non mi sono mai stati molto a sentire, credo di averlo già detto.

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October 5, 2007 at 1:44 pm 7 comments

smemo(rabiblia), 1

a milano, di fronte a casa mia c’era un negozio che si chiamava stramilano.
da stramilano vendevano soprattutto abbigliamento per la danza (stramilano:porselli=la pasta dell’esselunga:de cecco), ma anche vestiti e della gadgettistica che lévati…
un giorno del 1984 sono entrata lì con mia madre e siamo uscite con una minigonna azzurra (che a 10 metri da un accendino spento prendeva fuoco) e un paio di fusò in lycra lurex azzurri.
quando ho dato il mio primo bacio li indossavo, in coordinato con un paio di all star basse gialle e un ciuffo tenuto su con un’intera bomboletta di lacca.

October 4, 2007 at 3:04 pm 3 comments

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